La caccIA alle streghe
Il ritardo con cui usciamo con la newsletter (eravamo a un UPmatrimonio, sorry not sorry) mi permette di parlare di qualcosa che sta avvenendo letteralmente oggi.
Si parla di IA e di fanfiction, e qualcuno fra voi avrà già capito dove andrò a parare –ma come col miglior fantasy si inizierà parlando di draghi e si finirà parlando di capitalismo.
Per tutte le altre persone che ci leggono, un passo indietro.
Archive Of Our Own, noto anche come AO3, è forse il più grande archivio di fanfiction a livello globale. È possibile trovarci di tutto, scritto da chiunque: l’autrice russa che scrive smut su My Hero Academia, l’autorə vietnamita che si lancia in truculenti what if dei romanzi di The Witcher, italiani che scrivono RPF su Sanremo e via così.
È uno spaccato umano incredibile, e non lo dico solo perché amo le fanfiction e sono certa che in un futuro lontano la letteratura morirà e quello che resterà saranno queste reinterpretazioni che creeranno nuove mitologie… ma perché avere una comunità grande e per lo più pacifica è bello.
Per lo più.
1. Cos’è successo
Da alcuni giorni sul sito sta impazzando una caccia alle streghe, e quando uso la parola “caccia” lo faccio con tutta la serietà che la parola richiede.
Lo scorso 29 giugno John Doe ha pubblicato un thread su X, accusando alcune delle più famose fanfiction del fandom di Heated Rivalry di essere state scritte con l’intelligenza artificiale.
La prova starebbe in una skin, cioè una personalizzazione grafica del sito, in questo caso una sorta di “filtro” che evidenzia in rosso le fanfiction contenenti un marker HTML lasciato da Claude quando il testo viene copiato direttamente nel sito.
Il thread includeva tutto il kit da detective: screenshot del codice HTML, un PDF con la metodologia da seguire e un’appendice con lista delle fanfiction “compromesse”, infine un invito esplicito (per quanto ipocrita e paraculo) a non molestare le autrici, ma a chiedere più trasparenza sull’uso dell’IA.
2. Detective Conan
Nel giro di poche ore il metodo si è diffuso in tutto il fandom. Migliaia di lettrici hanno installato lo stylesheet e messo sotto la lente le proprie fic preferite, scoprendo che molte erano state prodotte, almeno in parte, con un LLM.
Tuttavia, la segnalazione dei paragrafi non evidenzia per cosa sia stata usata l’AI: generazione completa del contenuto, ottimizzazione della forma, aiuto nella traduzione, codice html… La reazione però è stata nucleare, trattando ogni segnalazione come se il testo integrale sotto esame fosse stato scritto al 100% da un chatbot.
L’invito alla calma è durato il tempo di leggerlo.
E onestamente era prevedibile… AO3 è popolato da un’utenza per lo più esplicitamente contraria all’uso delle IA generative. E questa ha vissuto la scoperta dell’uso diffuso come un tradimento, in modo non diverso dal sentimento di tradimento che si sente quando un VIP viene scoperto a fare qualcosa di male. L’identificazione e le relazioni parasociali sono già un problema in questo caso, figurarsi quando innalziamo a “VIP” ragazze o donne che non sono minimamente preparate a gestire la mole dell’aspettativa.
È un fenomeno emerso negli ultimi anni nei fandom: la trasformazione delle autrici delle fanfiction più amate in piccole celebrità, a cui si chiede di essere sempre sul pezzo, sempre politicamente corrette, oltre che di pubblicare tanto e spesso, con dinamiche uguali a quelle del romance editoriale… ma senza la retribuzione di quest’ultimo.
Dovrebbe essere evidente che non si può richiedere lo stesso livello di tempo ed energia a chi, in teoria (vedi il punto 3), sta scrivendo per sola passione. Perché ricordiamolo, di recensioni – per quanto positive – non si campa.
Per questo ho bollato come paraculo l’invito di John Doe. A me non frega nulla di andare a cercare quante istanze Claude stanno in una storia che sto leggendo: forse è arrogante, ma credo di saper riconoscere un testo totalmente generato. E, quindi, posso scartarlo a prescindere. Se invece una storia mi convince… scoprire che un paragrafo, su 300 pagine, ha tracce di IA (magari per una riscrittura?) davvero dovrebbe turbarmi?
Non voglio dire di essere mejo io (forse un po’ sì) ma cavolo, dov’è il buonsenso?
Centinaia di autrici hanno iniziato a mettere un disclaimer come questo alle proprie storie.
E lo so, per qualcuno potrebbe sembrare un bene: finalmente uno stop a un uso stupido e inutile dello strumento, yay. Ma nel frattempo le storie generate davvero al 100%, scritte da chi non ha né cura né interesse, se ne stanno lì, pacifiche, proprio perché è facile sgamarle e ignorarle – a meno che non si abbia un gusto per l’orrido.
A ricevere minacce di morte sono le autrici che hanno usato un supporto nel codice, nella traduzione, nella grammatica, “ree” di aver barato per diventari popolari sul portale.
E così l’attenzione si sposta su singole persone, sul dito. E la luna se la ride.
3. Ma perché barare?
La cosa che trovo interessante in realtà è proprio questa: pretendiamo una produttività “da lavoro” che sfami la nostra ingordigia, ma pretendiamo anche che le autrici si comportino da amiche della porta accanto. Che siano come noi, siano corrette come noi (... che lo siamo? Perché capita sempre più spesso di vedere online persone che rantano male contro l’AI… attraverso contenuti generati da una AI), ma facciano più di noi.
Che è stupido, lo vedete?
Se la produttività diventa un elemento di prestigio, e l’obiettivo ultimo, la scorciatoia diventa comprensibile. E questa caccia all’IA, che divide lettori e scrittori, fa litigare persone che occupano la stessa posizione, mentre il sistema problematico rimane intatto.
Non è un caso che l’IA attecchisca nel fandom al momento più popolato e nuovo, dove la scrittura è diventata performativa nell’ottica/speranza di essere scoutate. Negli ultimi anni anche il fandom ha iniziato a premiare quantità, aggiornamenti costanti, engagement, numeri, reputazione, riconoscibilità dell’autore. Abbiamo importato le stesse logiche dei creator di YouTube, TikTok e Instagram. Scrivere negli archivi non è più solo partecipare a una comunità, sperimentare, giocare persino. È costruire un’identità pubblica e mettere basi per la scoperta delle case editrici. Una fanfiction che ottenga attenzione è un lasciapassare diretto per l’editoria.
Dove, fra l’altro, succede la stessa cosa. Agli scrittori viene richiesto di essere presenti online, produrre continuamente contenuti, coltivare una community, pubblicare spesso, restare visibili. Mentre incastrano tutto questo con la scrittura, e la lettura. E, tipo, la vita e un lavoro che faccia pagare le bollette.
L’IA promette esattamente questo: fare di più, più velocemente, con meno fatica.
Magari è immorale… ma davvero è il singolo che cede a meritare le minacce? E non l’editore a monte che approfitta di questo meccanismo?
4. Concludendo
Non è certo l’IA a creare la cultura della performance, ma ne approfitta, sfruttandola per inserirsi anche nel settore amatoriale come strumento imprescindibile per creare contenuti in pochissimo tempo, per lanciarli online.
L’IA è il sintomo di una cultura che misura il valore creativo in termini di produttività e che non vuole certo che la maggioranza della popolazione ne metta in discussione i diktat. Per questo la “caccia alle streghe” rischia di essere erroneamente rassicurante. Se il problema è il singolo autore disonesto, basta trovarlo, no? E una volta eliminato, tutto è risolto.
Se invece il problema è una comunità che ha trasformato la creatività in prestazione, e la prestazione in denaro, allora non esistono plugin che possano evidenziarlo in rosso.
Ed è proprio questa trasformazione, più ancora dei singoli casi di fanfiction generate con Claude, che vale la pena raccontare, perché la “caccia all’IA” si sta dimostrando essere una cazzata, un conflitto tra persone sottoposte alle stesse pressioni che sbracciano per emergere (usando la IA alcune, ergendosi a giudice e boia altre) invece che una riflessione sul sistema che le produce e che influenza pesantemente l’idea di fandom per le più giovani.
Non sto dicendo che noi anziane siamo migliori, ma la nostra costruzione del fandom è stata una conseguenza naturale della ricerca di nostri simili: i due poli dell’esperienza del fandom erano la produzione di prodotti fanmade e l’interazione con gli altri membri della comunità. Uno dei grandi cambiamenti culturali degli ultimi dieci anni è stato il passaggio da fan a creator: non ci definiamo più “partecipanti di una comunità”, ma “produttori di contenuti”.
E questo riconoscimento sociale dipende dalla quantità e dalla visibilità di ciò che si produce.
Così gli LLM smettono di essere soltanto uno strumento, diventano la scorciatoia più logica. Su questo dovremmo litigare e che mi fa incazzare non accada: sulla pressione che il settore editoriale ha riversato sui fandom, che si sono trovati in mezzo, schiacciati fra la creator economy e un’editoria che non vuole spendere o crescere autrici e pretende di prelevare bestseller con abbastanza follower da garantire le vendite, senza doverci mettere investimento al di là della fascetta “questo viene da Wattpad”. Per poi, adesso, biasimare la parte più debole di questo meccanismo, quelle autrici che si sentono messe alle strette dal dover “fare di più”. E che vengono minacciate per un uso delle IA che non è minimamente paragonabile, per impatto, a quello che fanno gli editori che generano copertine o audiolibri, e li mettono in vendita…
Questo è quello su cui dovremmo incazzarci, anziché andare a chiedere la testa della singola persona e minacciarla di morte perché ha usato Claude per tradurre un testo in inglese, che non è manco la sua lingua madre.
Usare le IA generative in ambito artistico è sbagliato? Sì.
Farlo per un hobby che dovrebbe essere tutto tranne che performativo, dove dovresti avere il diritto di fare schifo, sbagliare, ed esistere comunque online – è terribile? Sì.
Doversi giustificare davanti a centinaia di sconosciuti con la bava alla bocca, felici di riversare le proprie frustrazioni su qualcun altro e dimenticare i propri errori per dieci minuti, è ancora più terribile. Ed è sbagliato. Chiamiamolo col suo nome: è bullismo. Quello di bassa lega, alimentato dall’invidia, che gode nel vedere qualcuno col culo per terra… perché va tutto bene finché a finirci non sono io.
Non è la prima volta che i fandom nutrono il lato più malato dei loro membri.
Ma speriamo che a questo giro, se caccia alle streghe deve essere, sul rogo ci finisca chi è davvero responsabile, non chi se lo merita meno.
Che stanchezza, raga.
Ed eccoci al momento più BLL, quello in cui vi suggeriamo cose belle.
Della pre-polemica dello Strega su Mari abbiamo preferito tacere perché… che stanchezza, di nuovo.
Se invece ci seguite su Instagram e siete editori
o giovani col sogno di aprire una libreria
dovreste proprio dare un occhio ai bandi dei concorsi lanciati dal Ministero della Cultura. Magari ci scappa qualche soldino.
Se invece il modo in cui vi rovinate il fegato ha a che fare con lo scrivere, non con il pubblicare o il vendere… beh, ci sono sempre i nostri corsi. Sono cose davvero belle.
Ah, e pubblichiamo recensioni di fantascienza! Fantascienza indie italiana! (
Alla faccia dell’amico Covacich e della sua invettiva (di cui hanno parlato i nostri cuginetti di Scrittori & Lettori Fantasy sul proprio Substack).
Altre cose scritte da altri:
dato che parlavamo male delle big tech, LA big tech (Google) sta facendo di tutto per fare più schifo e Eleonora Caruso ne ha parlato qua
qua invece un pezzo interessante che ci ricorda che comunque il digitale qualcosa di buono l’ha fatto. Forse?
Ci sentiamo il mese prossimo!









Ma poi, voglio essere provocatoria… si può davvero considerare “barare” usare uno strumento per migliorare il proprio testo? Secondo me il fatto che sia finito nello stesso calderone l’aiuto a tradurre o a correggere la sintassi insieme alla pura generazione di contenuto anche dovrebbe preoccupare.
Quando io scrivevo FF (tanti anni fa, aiutami a dire tanti), era normale per molte fanwriter imparare a tradurre sia le proprie storie che quelle di altri scritte in inglese avvalendosi di strumenti come Google Translate e – nella maggior parte dei casi – andando poi a sistemare il testo. Conosco persone si sono create delle professionalità partendo da questa passione e da strumenti gratuiti che le hanno aiutate a crearsi delle competenze. Certo, c'era anche chi sbatteva il testo su GT e copia incollava senza nemmeno rileggere, con effetti... sigh.
Però questa demonizzazione mi sembra del tutto priva di senso critico: se l'AI viene usata come strumento per aiutarsi in qualcosa che non si padroneggia – anche non ci si può aspettare che chi scrive e pubblica per passione paghi un professionista per un editing o una traduzione, sarebbe oggettivamente senza senso! – ma si rilegge, si ragiona su quanto restituisce e magari si impara anche qualcosa... dov'è il problema?
È la riflessione che faccio nel mio lavoro di comunicazione digitale: se mi aiuto a organizzarmi il lavoro e a snellire quelle task che non richiedono neuroni ma solo tanto tempo (es. l'organizzazione dei file, per dire), o se mi faccio aiutare nelle strutture ma poi i contenuti li creo io, sto barando? Non credo si possa mettere sullo stesso piano di chiedere a Chatty un calendario post di tre mesi e schiaffarli sui social del cliente senza neanche rivedere cosa ha prodotto (e si vede, al terzo post di fila "parti all'avventura!!!" cazzo se si vede).
Grazie per la cit! È sempre bello (?) vedere come la rabbia a e l’irritazione sappiano canalizzarsi nella scrittura e nella ricerca della prospettiva più interessante. Sarebbe più bello se succedesse anche con le cosebelle (TM)