“Non avrei mai pensato di cadere fianco a fianco con il dark romance”
Noi, decidendo di scrivere quest’articolo
Il giorno di Ferragosto abbiamo letto il pezzo pubblicato da Andrea Viscusi, Il dark romance è un culto, lo abbiamo commentato con lui su Substack, ne abbiamo parlato tra di noi, e da quelle conversazioni e dalle ricerche che abbiamo compiuto è nato questo articolo.
Una premessa: tutte noi stimiamo Andrea, sia professionalmente che personalmente. Lo reputiamo una persona intelligente e capace, e siamo convinte che il suo articolo sia stato scritto con le migliori intenzioni e senza la volontà di offendere autrici e lettrici di dark romance. Tuttavia, il suo intento non ha centrato l’obiettivo, secondo noi, anzi: il risultato è stato un articolo che dipinge le giovani donne e le scrittrici di dark romance come delle idiote che non capiscono né quello che scrivono, né tantomeno i drammatici risvolti che il genere porta con sé.
Solo che, come vedremo, risvolti parrebbero non essercene. Tantomeno catastrofici come quelli che si leggono nell’articolo di Andrea (ma non solo nel suo). Citeremo studi e ricerche, e in fondo al post troverete la bibliografia completa.
La cosa divertente è che a nessuna delle persone coinvolte nella scrittura di questo pezzo, tra l’altro, piace il dark romance; ciononostante, alcune di noi si sono comunque lette per intero Lights Out (cosa che non avremmo mai fatto, senza l’articolo in questione); riteniamo dovrebbe essere imprescindibile leggerlo, volendone fare il casus belli di una critica professionale a un genere intero.
Andrea dice di non capire come l’autodeterminazione femminile possa coesistere con l’apprezzamento per il dark romance, genere brutto e cattivo che secondo lui ha il difetto di traviare le giovani e impressionabili femmine della nostra specie. Eppure, facendolo, compie esattamente ciò che critica: delegittima l’autodeterminazione, e dice alle donne cosa dovrebbero (o non dovrebbero) fare. Come si fa da sempre quando un qualsiasi prodotto culturale piace alle donne.
Ma partiamo con ordine invece di fare gli strawman e scopriamo perché Viscusi sta al romance come Covacich alla fantascienza1.
Prima però quotiamo Zen @ Eresie etiche con il suo commento:
“È questa la cosa che mi ha irritato e divertito di più dell’articolo. Al di là della crassa ostentazione di ignoranza e disinteresse, quel mansplaining che, si sa, chi non legge romance può sempre permettersi nei confronti del romance perché non deve rendere conto a nessuno, questo dettaglio in particolare mi ha fatto proprio cogliere la frattura fra chi è allenato a leggere e interpretare e chi invece vede le cose solo per come immagina che siano. Per partito preso. (semicit)”
Quel commento, in realtà, sono parole prese di peso dall’articolo Una moneta per Mauro Covacich, e sono parole di Andrea stesso, scritte per difendere la fantascienza da uno scrittore che ne parlava senza leggerla. Troviamo curioso come ci si possa lanciare in un’appassionata guerra di difesa quando il genere toccato è quello che ci interessa, ma poi si utilizzino le stesse identiche dinamiche quando il genere toccato è quello che non ci interessa (e che, forse, vediamo come antagonista di mercato…?)
Per concludere questa introduzione: sparsi nell’articolo trovate delle slide realizzate da Dabs, originarie dal suo post su Instagram.
In breve, per chi legge da telefono e/o ha una vita: l’articolo di Andrea si regge su una recensione Goodreads citata fuori contesto in un post promozionale, e da lì arriva a “il dark romance è un culto”, senza alcun dato a supporto. Noi non siamo d’accordo (per niente), e abbiamo voluto cercare degli studi che avessero qualche credibilità in più della nostra mera opinione. Risultato: non esiste (o almeno, noi non l’abbiamo trovata) una sola ricerca che dimostri un effetto di qualche tipo del dark romance sulle lettrici; nei due casi in cui qualcuno ha chiesto alle lettrici se si aspettassero cose simili nella realtà è venuto fuori l’esatto contrario, e l’unico effetto documentato in letteratura riguarda le storie che il pubblico crede realistiche e che presentano lo stalking come romantico (cioè le commedie romantiche classiche, tipo quelle di Natale, non un genere che si chiama dark e si apre con centordici trigger warning). Il problema che resta, e con cui concordiamo con Andrea, è il marketing: Mondadori ha usato malissimo la citazione nel suo post su Instagram.
Una slide su Instagram
Tutto il pezzo di Andrea parte dal post di Oscar Vault (il marchio Mondadori che raccoglie le collane Oscar Fantastica, Fabula, Romance, Draghi e Ink) in cui viene pubblicata un’immagine promozionale di Lights Out di Navessa Allen in cui estrapola una recensione di un’utente su Goodreads che recita “può uno stalker essere tenero? A quanto pare sì”, e lui la trova una mossa di marketing inaccettabile.
Da quella che è una posizione anche condivisibile (e su questo ci torneremo dopo), si passa però dritti a “un’intera generazione di lettrici è in pericolo”2 (what?!) e a “il dark romance è un culto”3 (de che?!). Nessun dato o studio che avalli queste affermazioni, solo commenti screenati da TikTok. Che sono un po’... pochino? per trarre una conclusione di questa portata.
Dopotutto, se noi prendessimo un qualsiasi thriller da discount con la copertina alla Segretissimo e ci costruissimo sopra un articolo dal titolo “il thriller è un genere che istiga all’omicidio”, ci dareste giustamente delle sceme.
La frase estrapolata dalla recensione, fuori contesto, promuove lo stalking, indipendentemente dalle caratteristiche del libro stesso, ci dice Andrea.
Ok, condivisibile, ma allora il problema è certamente il marketing che Mondadori sta facendo al libro, non il genere letterario!
Quello che sembra emergere dal pezzo di Viscusi, però, è una cosa molto grave, e anche se, come detto, siamo certe che non intendesse davvero questo, quello che scrive dice sostanzialmente che chi legge dark romance (le donne) è troppo stupido (in quanto donne) per rendersi conto che sta venendo plagiato (in qualità di intelletto inferiore, sempre in quanto donne)4. E pure giovani, praticamente aliene.5
Lo stesso copione, sempre, da tutta la vita
Fumetti che corrompono bambini negli anni ’50. Dungeons & Dragons che apre le porte al satanismo negli anni ’80. I videogiochi che trasformano gli adolescenti in violenti assassini negli anni ’90 e 2000. Le canzoni metal con i messaggi satanici al contrario. E ora abbiamo il dark romance che trasforma le ragazzine in vittime consenzienti del patriarcato. Il romance in generale che trasforma le donne in sciocchine e casalinghe di Voghera potete invece spalmarlo temporalmente su tutto l’arco di un secolo, perché quello è un sempreverde che non passa mai di moda, un po’ come il nero che sta bene su tutto.
Notate qualcosa? Il target del panico moralizzante è quasi sempre un prodotto consumato in massa da un pubblico giovane o femminile oppure giovane E femminile, “non abbastanza serio” o “non in grado di comprendere del tutto” secondo chi guarda dall’alto. E la struttura retorica è sempre identica: un aneddoto isolato, spacciato per emergenza sociale, seguito da un appello all’ovvietà. “Siamo tutti d’accordo, vero?“ scrive Andrea. In realtà no, poiché la storia ci insegna che queste ondate di preoccupazione si sono sempre rivelate prive di riscontri oggettivi. Mettetevi comodi, abbiamo una carrellata di esempi (e studi) per voi!
Cominciamo con un caso del 1954, quando lo psichiatra Fredric Wertham pubblica Seduction of the Innocent; qui il nostro amico Wertham sostiene che i fumetti rendano i ragazzini delinquenti, violenti e sessualmente deviati: non solo i fumetti polizieschi e horror, ma anche Batman e Robin (che secondo lui erano una coppia gay mascherata) e Wonder Woman (che secondo lui era una lesbica sadomasochista). Porta come prova i casi dei ragazzi seguiti nel suo ambulatorio di Harlem. Il libro funziona benissimo: il Senato americano apre un’inchiesta e nasce il Comics Code, che per decenni impone all’editoria a fumetti americana una censura preventiva.
Nel 2012 Carol Tilley, ricercatrice dell’Università dell’Illinois, consulta la documentazione di Wertham conservata alla Library of Congress e la confronta con quello che era stato pubblicato nel libro. Surprise surprise: Wertham aveva cambiato l’età dei ragazzi, unito in un solo caso storie di persone diverse, riscritto le frasi che gli avevano detto, tolto dai racconti le violenze domestiche e le condizioni socioeconomiche in cui quei ragazzi vivevano, così che nella versione stampata restasse il fumetto come unica spiegazione. Le prove su cui si reggeva l’intero caso erano state costruite a tavolino. (Tilley, C. (2012), “Seducing the Innocent: Fredric Wertham and the Falsifications That Helped Condemn Comics”, Information & Culture)
Passiamo ai videogiochi violenti, il caso su cui si è indagato di più in assoluto: la tesi era la stessa, giocare rende aggressivi e alla lunga violenti. Dopo quarant’anni e dozzine di studi, l’American Psychological Association nel 2020 ha dovuto correggere la propria posizione ufficiale: non ci sono prove sufficienti per dire che i videogiochi violenti causino comportamenti violenti, stragi comprese; l’unico elemento emerso riguarda una minima correlazione con manifestazioni di aggressività lieve, come alzare la voce o dare uno spintone che non risulta in alcun modo estendibile a comportamenti più gravi.
La ricerca più autorevole sul tema è quella del 2019, strutturata come un rigoroso registered report: gli autori hanno pre-registrato ipotesi e metodo prima della raccolta dati, blindando così la ricerca contro qualsiasi tentazione di “aggiustare il tiro” a posteriori. Il campione comprende mille adolescenti britannici (14-15 anni) e i rispettivi genitori; per classificare la violenza dei titoli si sono basati sui parametri ufficiali PEGI, mentre per misurare l’aggressività hanno preferito il resoconto dei genitori all’auto-valutazione dei ragazzi. Risultato: nessun legame, né minimo né significativo, tra ore di gioco e comportamenti aggressivi (Przybylski, A. e Weinstein, N. (2019), “Violent video game engagement is not associated with adolescents’ aggressive behaviour: evidence from a registered report”, Royal Society Open Science).
Ci sono almeno altri cinque studi che affrontano il tema della correlazione diretta fra la narrativa che i e le giovani consumano e la conseguenze sul comportamento, analizzando il fenomeno delle sparatorie scolastiche statunitensi, ad esempio; non stiamo qui ad analizzarli tutti, ma come detto, ve li elenchiamo nella bibliografia in coda all’articolo.
Non diventiamo il Vannacci della situa
Il romanzo esplora da sempre personaggi moralmente ripugnanti senza che questo equivalga a un endorsement. Nessuno chiede a chi scrive thriller se approva l’omicidio, nessuno chiede a Dostoevskij se stia “romanticizzando” Raskol’nikov. I romanzi di guerra descrivono atrocità, i true crime raccontano assassini seriali nel dettaglio, l’horror vive di violenza, eppure a nessuno di questi generi tocca il processo collettivo del “state normalizzando questo comportamento presso un pubblico impressionabile”, anche se c’è da dire che qui l’unico pubblico impressionabile sembra essere quello degli attuali quarantenni.
Viscusi tuttavia anticipa queste obiezioni, nel suo pezzo, dicendoci di andare ad ascoltare dieci minuti di spiegazioni sul suo profilo TikTok (senza manco linkare il video esatto, ma a questo ci pensiamo noi). E visto che chi sta scrivendo questo specifico pezzo detesta i video, lo abbiamo trascritto.
(01:28) “Nei dark romance, che sono per definizione dei romance, quindi ci sono delle relazioni amorose, sentimentali, erotiche, sessuali tra dei personaggi, quello è il focus della storia perché è un romance, quindi evidentemente si parla di quello e di relazioni in tutti questi sensi, c’è per forza di cose una romanticizzazione solitamente di un personaggio di una situazione problematica che può essere lo stalking, che può essere l’abuso, che può essere la violenza psicologico [sic], fisica, insomma, tutte queste cose qua non ve le devo stare a raccontare io perché siete voi che le leggete e non io.”
Caro Andrea, torniamo all’elefante nella stanza: prima di criticare qualcosa, tanto più un INTERO GENERE LETTERARIO, bisognerebbe quantomeno avere un minimo di conoscenza del tema. E non parlare solo degli outlier, perché non è affatto vero che il dark romance, in generale, romanticizza gli abusi.
Alcuni dark romance lo fanno, semmai, e anche lì non giudicheremmo comunque il libro per quello, perché si tratta di un romanzo. Di fantasia. E sì, certo, i media contribuiscono a plasmare la nostra visione del mondo, tuttavia, come abbiamo appena visto, decenni di ricerca ci hanno confermato che la nostra bussola morale non viene riscritta dalla fiction che consumiamo.
(02:47) “ma anche in quel caso sappiamo che stiamo vedendo una prospettiva di qualcosa che è malata, che è indesiderabile e nessuno alla fine della lettura di un libro horror in cui c’è un serial killer che ha ammazzato 45 persone e si è mangiato 28 bambini, alla fine dice ma lo sai che quasi quasi anch’io (03:05) vorrei proprio trovare accanto a me un serial killer che ammazza 45 persone e mangia 25 bambini?”
Questo è perché non parli con me, Linda, grande fan di Hannibal Lecter sin dall’età di 13 anni. Vorrei incontrarlo davvero? NO, santiddio. Tuttavia quando ti parlerò di Hannibal Lecter lo farò SEMPRE E SOLO in maniera estremamente positiva, finché non mi dirai “cosa, ma quindi lo vorresti come psichiatra nella vita reale?” e io ti guarderò come se stessi guardando un idiota e
ti dirò “ovviamente no, stiamo parlando di un personaggio che non esiste, grazie al cielo”.
È la stessa cosa che faranno le ragazzine amanti di dark romance, se le interroghi a proposito dei loro personaggi maschili depravati preferiti.
Della nostra stessa opinione è anche uno psicologo clinico che con gli adolescenti ci lavora tutti i giorni, Guillaume Wavelet, della Maison de Solenn dell’ospedale Cochin di Parigi. Alla domanda se l’impatto della dark romance sulla psiche si possa misurare, risponde che dubita si possa fare in modo oggettivo, e soprattutto rovescia la prospettiva: quello che osserva in ambulatorio non è una letteratura che plasma i ragazzi, ma ragazzi che usano le storie per dare parole e immagini al tumulto della loro età, quel groviglio di trasformazioni corporee, turbamenti, conflitti e fantasie che l’adolescenza si porta dietro. Per lui il dark romance non ha “effetti diretti e deleteri sulla salute mentale”: al contrario, può aiutare a pensare le parti oscure di quel vissuto, perché gli adolescenti hanno bisogno di esplorarle dentro la finzione, dove nessuno si fa male, esattamente come da sempre si fa con l’horror. E aggiunge una cosa che sembra scritta apposta per questo articolo: spiegare ai ragazzi che esiste un modo giusto e uno sbagliato di leggere significa dirgli che sono passivi e influenzabili, cioè trattarli esattamente nel modo che trovano insopportabile, visto che stanno faticosamente diventando soggetti indipendenti (Wavelet, 2025)6.
(03:28) “Mentre invece nei dark romance si va proprio a nobilitare queste figure che sono altrettanto problematiche, magari non sono degli assassini in senso stretto, anche se a volte lo sono, ma che comunque appunto manifestano dei comportamenti a cui non ci si dovrebbe avvicinare e a cui bisognerebbe fare molta attenzione a normalizzarli e a romanticizzarli.”
E meno male che ce lo dici tu, Andrea, sennò noi povere femmine non avremmo mai capito una cosa del genere.
(04:00) “Queste sono situazioni che ovviamente non sono desiderabili ma che vengono presentate come desiderabili all’interno dei Dark Romance e alla fine della lettura dei Dark Romance molti lettrici [sic] si trovano a dire vorrei anch’io un uomo così e la riprova ne è tutti i video e gli edit che vedete sui personaggi tratti da questi libri, da queste storie, che li presentano come quello che io vorrei dalla mia relazione, dal mio compagno, dalla persona che incontro.”
Discorsi di questo genere sono semplice fangirling. Anche chi ama il Joker (sempre io, Linda), adora la coppia Joker/Harley e scriveva fanfiction con self-insertion di sé stessa e del Joker, non lo vuole davvero nella propria vita. Anche in questo caso, sarebbe necessario conoscere le dinamiche dell’esperienza del fandom così come la vivono e l’hanno vissuta soprattutto le donne, per poter comprendere; ma Andrea già in passato ha mostrato di non apprezzare, perché non lo capisce, il fangirlare.
Mi sento stupida solo a doverlo spiegare, davvero. E no, non è un caso che riguarda solo me.
(05:25) “La stessa cosa non si può dire di Dark Romance perché viviamo in una società in cui il rapporto di forza degli uomini rispetto alle donne è quasi un dato di fatto ed è qualcosa che ci stiamo impegnando per scardinare. Quindi il sistema patriarcale di cui si parla sempre, in cui le donne solitamente sono vittime, sono oppresse, sono costrette, forzate, non hanno la libertà, gli vengono negati diritti, libero arbitrio, scelte, possibilità, è qualcosa che esiste, fa parte del nostro substrato culturale e quindi se creiamo delle storie che (06:00) rafforzano questo substrato culturale può essere che le persone che leggono queste storie, soprattutto se sono giovani, e se sono influenzabili vengono confermate in questa cosa, ritengono validata questa cosa e pensino quindi beh, ma forse effettivamente questa è una cosa che mi piacerebbe.”
No. Non è il dark romance a plasmare la società in cui ci troviamo, né tantomeno il sistema patriarcale. Anzi, c’è chi fa risalire la formazione del genere ai femminismi popolari degli ultimi vent’anni (Deane, 2026), e chi ha raccolto le parole delle lettrici (la ricerca di cui parlavamo poco fa), che in sostanza dicono “lol no, nella vita reale un tizio così vorrei solo vederlo in galera” (Monier, 2026).
(06:26) “Come difesa d’ufficio viene detto anche che il Dark Romance è un genere per persone, per donne, adulte e consapevoli e questa è una bugia. E lo sapete benissimo quando lo dite, che questa è soltanto una giustificazione, tant’è che, come è successo qualche mese fa, quando c’erano i bambini che facevano vedere che leggevano [sic] i Dark Romance, eravate tutte sotto ai loro video a incoraggiarli a dirgli che bello, leggi queste cose, tu verrai su benissimo. (06:42) Quindi questa è un’ipocrisia totale che voi portate avanti.”
No, caro Andrea, questa è la realtà dei fatti. A parte che tutti questi bambini erano UN bambino, e che come ti abbiamo già risposto nei commenti al tuo articolo, se c’è un bambino (o una bambina) di 9 o 10 anni su TikTok a fare video, il problema non è il libro che ha letto, il problema è proprio la sua presenza su TikTok a fare video. Che è indice di un problema a livello familiare, e non è certo togliendo i dark romance dalla circolazione che si risolverà.
“Questa cosa non succede per l’horror, perché l’horror è un genere che è targetizzato verso le persone adulte, poi ovviamente qualunque persona di qualunque età può leggere qualunque libro su cui mette le mani.”
AH, MA PENSA, questa cosa si applica solo ai generi che decidi tu? Sulla base di che cosa, non vedi abbastanza video di ragazzine e ragazzini che commentano gli horror?!
Perché c’è un grande segreto: non tutte le persone SI FANNO VIDEO. Alcune (alcune delle scriventi) ai propri tempi non potevano, ma hanno comunque letto e guardato troppo horror decisamente quando non erano in età per farlo.
E non stanno in carcere per crimini contro l’umanità.
Il genere horror è rivolto alle persone adulte.
Il dark romance è rivolto alle persone adulte, anzi, è forse “più rivolto”, grazie all’inserimento, bene in chiaro, dei possibili trigger warnings (cosa che thriller, bianca e horror non sempre fanno).
Ma è chiaro che chiunque ci metta le mani, a qualunque età, può leggere quel libro.
Non esiste un blocco con impronte digitali…
Nel suo pezzo Andrea prova anche a smontare in anticipo altre obiezioni, dicendo che i libri “contribuiscono a educare, a formare coscienze”. Vero, in astratto. Ma allora perché lo standard vale solo per il dark romance (o molto spesso anche per il romance, per altri motivi) e non per l’horror? Per il crime? Per i wargame come Warhammer, che hanno una lore di una violenza inaudita? È forse che la fiction in questione è scritta da donne, letta da donne e parla di desiderio femminile?
Mistero misterioso.
O saranno le sue fallacie retoriche, in cui prende UN caso e ne fa un dramma sociale?
Prende una frase fuori contesto e ne fa l’intera produzione?
Prende una tipa che forse ha conosciuto a una fiera e improvvisamente sono tutte “fanatiche cultiste”?
Dai Andrea, smettila. Non sei Vannacci.
Tra l’altro Dune di Frank Herbert, il libro su cui fai millemilioni di video su TikTok, ha fra i suoi temi centrali una corporazione che sottopone esseri umani a un’esposizione perenne alla spezia fino a mutarli in creature rinchiuse a vita in una vasca, il cui unico scopo è pilotare le astronavi al posto dei computer, che in quell’universo sono vietati. Worldbuilding affascinante e per niente orrorifico, vero? Il dark romance, invece, ha “contenuti problematici”.
Parliamo un attimo di Lights Out
Vale la pena aprire una parentesi su Lights Out, visto che è il libro al centro della questione. Come anticipato in apertura, lo abbiamo letto – controvoglia, inizialmente, perché non è la nostra cup of tea; tuttavia ci siamo divertite, leggendolo, quindi… Grazie, Andrea?
Partiamo da un dettaglio che dovrebbe chiudere la discussione da solo: l’edizione originale autopubblicata, quella con cui il libro è diventato virale nel 2024, portava il sottotitolo A Dark Stalker Rom-Com, su Amazon si trova ancora schedata con quel titolo. Rom-com. Commedia romantica. Ed è tuttora la definizione ufficiale del libro, tanto che si trova anche nell’edizione italiana del libro, sopra ai ventotto trigger warning elencati all’inizio del romanzo, che mostrano la piena e totale consapevolezza dell’autrice rispetto a quello che sta facendo.
La protagonista, Aly, è fissata per i tizi mascherati sui social, segue diversi content creator anonimi che indossano una maschera, e il suo preferito è Faceless Man. Aly si eccita per i suoi video e lascia numerosi commenti super espliciti, fra cui uno in cui gli chiede di entrarle in casa di soppiatto. Potete già immaginare cosa succede.
Josh è il protagonista maschile ed è, ovviamente, Faceless Man. È un hacker e ha conosciuto Aly perché lei è stata la scopamica del suo migliore amico, nonché coinquilino.
E Josh si comporta a tutti gli effetti da stalker, all’inizio; tuttavia il romanzo non si nasconde dietro la stronzata del “siccome è un cattivo ragazzo molto affascinante allora va tutto bene”, e lo definisce per quello che è: stalking. Lo dice a chiare lettere sia nei capitoli del pov di Aly, ma soprattutto in quelli di Josh, che è ben consapevole di quello che sta facendo ed è pure pentito di averlo fatto, perché teme che Aly si spaventi. Memorabile la scena in cui decide di cercare su Google se entrare di nascosto in casa di una persona per girarci un video zozzo, senza che la proprietaria ne sappia niente, possa procurarle qualche scompenso: Google gli dice di sì, e Josh si dispera. Chi di noi l’ha letto ha riso molto.
Aly stessa ne è pienamente consapevole, e tuttavia vuole stare al gioco, pur sapendo che è pericoloso e che potrebbe morire; lo ripetiamo, perché è il punto: lo dice, ne è consapevole, lo pensa di continuo e sa che la reazione corretta sarebbe chiamare la polizia, e in nessun momento il romanzo sostiene che in effetti va bene lo stesso.
C’è poi il confronto di Josh con i criminali veri, perché entra in scena l’antagonista, un assassino e stupratore che serve a dare ad Aly (e a chi legge) il metro di paragone: il confine fra “stalker potenzialmente innocuo con dei limiti morali” (sì, sappiamo cosa state pensando, rimanete nel contesto del genere del libro, per cortesia) e “DANGER, DANGER, DANGER, ABORT MISSION” viene mostrato apposta. E l’antagonista non è un love interest nemmeno per mezzo secondo, sia ben chiaro.
Quindi sì, Josh è uno stalker fatto e finito, e la frase che Mondadori ha usato per il marketing descrive perfettamente il libro… se solo non fosse letta fuori contesto. Nella trama, però, Josh ottiene anche un percorso di riscatto morale, che con lo stalking non c’entra (lo stalking, fra l’altro, è messo in pratica solo nei confronti di Aly e non, come si potrebbe pensare, con tutte le sue cotte) ed è fatto di scelte concrete e di limiti delineati e rispettati, che lo rendono, all’interno di questa narrazione, più complesso del normale stalker da querelare seduta stante nella vita reale.
E infatti, nella vita reale, il comportamento di entrambi sarebbe inaccettabile, punto. Nessuna donna dovrebbe desiderare di essere hackerata, spiata e filmata senza saperlo (tranne in determinati contesti del BDSM che non staremo a spiegare qui oggi), e nessun uomo deve farlo, indipendentemente da quanto sia tenero nel resto della storia. Ma la logica interna del romanzo non è la logica del mondo reale, ed è questo lo snodo che tanta della critica al genere sembra ignorare: la storia è dichiaratamente una fantasia, costruita come tale fin dalla prima pagina, e va giudicata secondo le sue regole, non trasformata in un manuale di comportamento o in una tesi morale da processare dall’alto della nostra moralità personale. Perché altrimenti lo stesso metro andrebbe applicato a tutto, e allora capiremmo perché tanta distopia viene trattata dalla politica moderna come manualistica.
La trama di Lights Out è, letteralmente, “lettrice di dark romance che si ritrova a vivere davvero la propria fantasia proibita, con tutte le conseguenze imbarazzanti e ridicole del caso”. Questa è la punchline. La frase incriminata va letta in questa chiave: un riassunto onesto e molto preciso della premessa del libro, perché Josh è effettivamente tenero.
Nella vita vera una storia come quella di Lights Out non potrebbe mai funzionare così, e uno scrittore di horror potrebbe prendere letteralmente la stessa storia e scriverla in modo diametralmente opposto, scegliendo l’orrore, il trauma e la pressione psicologica dove invece è stata scelta la commedia: due risultati diversi a partire dallo stesso presupposto.
L’unico lavoro accademico che siamo riuscite a trovare su Lights Out è quello di Mel Monier, dell’Università del Michigan (l’abbiamo linkato prima, ma lo ritrovate anche nella bibliografia): ha preso le cinquanta recensioni più votate su Goodreads di Lights Out e le cinquanta di Haunting Adeline, le ha analizzate una per una raggruppandole per argomenti ricorrenti, e poi ha riletto entrambi i romanzi segnando, per ogni scena di sesso, se il consenso ci fosse, fosse ambiguo, fosse un gioco concordato o non ci fosse affatto (Monier, 2026). La conclusione è la stessa a cui siamo arrivate noi: in Lights Out la violenza sessuale arriva da un personaggio secondario, lo stupratore, mentre in Haunting Adeline le scene di consenso ambiguo le compie il protagonista maschile (la prima volta la penetra con una pistola mentre lei lo supplica di smettere). Sono due libri molto diversi, che stanno sullo stesso scaffale e che le lettrici distinguono benissimo, e che Andrea invece mette assieme indiscriminatamente (“prendetevi giusto il caso di Hunting Adeline, di cui è in produzione il film, e fatevi una cultura”).
Ma come abbiamo già detto: questo è un romanzo, non è la vita reale, e non riusciamo a credere di dover davvero spiegare che fiction ≠ realtà.
Il problema vero
Detto questo, non vogliamo fare lo stesso errore di Andrea sul fronte opposto. C’è un pezzo del suo discorso che ha un fondo di verità e lo ammettiamo a nostra volta: la questione del marketing di contenuti sessualmente espliciti verso un pubblico che non è il target del romanzo, cioè i minorenni, è un problema a tutti gli effetti. Su questo ha ragione.
Solo che questo problema riguarda l’editoria e la sua distribuzione, non il genere in sé. E non riguarda manco solo l’editoria, o non avremmo i trucchi per bambine e i bikini succinti per bambine. Ma quelli magari piacciono, da guardare in spiaggia.
Torniamo al sottotitolo. Come detto prima, l’edizione originale (quella autopubblicata) si intitolava Lights Out: A Dark Stalker Rom-Com, ed è una definizione così poco accessoria che, come abbiamo visto, persiste nell’edizione italiana. Il registro della battuta sopravvive dappertutto: la copertina americana porta la tagline “the couple that slays together stays together” (gioco di parole sul proverbio “the family that prays together stays together”), e la copertina Mondadori la traduce e la mantiene, “Coppia che uccide, coppia che condivide”. Giusto per rendere molto chiaro il tipo di romanzo che teniamo tra le mani.
Poi arriva il post. Nella slide promozionale la frase di una recensione (“Può uno stalker essere tenero? A quanto pare sì”) campeggia da sola sotto il libro, senza una parola di contesto. Per chi lo ha letto è un riassunto piuttosto onesto del libro; per chi non lo ha letto, cioè il pubblico a cui un post promozionale si rivolge, suona come un’apologia dello stalking, e infatti i commenti sotto il post dicono esattamente questo.
Il problema della frase è che è stata estratta dal suo contesto e lanciata in un post promozionale, rivolto (per forza di cose) a chi il libro non lo ha mai letto, risultando cringe e inquietante.
Ma la soluzione a un post di Instagram fatto male non è “oh mio dio il dark romance è un culto pericoloso, nessuno pensa ai bambini???”, bensì “quella casa editrice dovrebbe fare un lavoro di marketing più responsabile, dato che ha il denaro per farlo”.
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E prima di chiedere al genere di “prendersi la responsabilità”7: il dark romance è già, di gran lunga, il genere che si autodichiara di più. La parola dark sta nel nome, i romanzi hanno lunghi elenchi di trigger warning prima del testo, e spesso i cataloghi costruiti dalle lettrici permettono di cercare i titoli non solo per tropes, ma anche per kink e per trigger (lo facciamo anche su CataList, per dire). Il problema, semmai, sta nei cataloghi delle case editrici, anche perché non è il primo caso di marketing del menga relativo al dark romance, con dark romance veri e propri (che si autodichiarano tali) portati in Italia come romance normali. E qui concordiamo al 100% con Andrea e la sua richiesta di maggiore responsabilità, ma la chiediamo alle case editrici anziché alle autrici.
E l’abitudine alle avvertenze dettagliate, indovinate da dove arriva? Ma dai tag delle fanfiction, ovviamente, dove servono a chi legge per scegliere cosa aprire e cosa evitare.
Tra l’altro, il dark romance ha così tanto in comune con gli archivi perché è stato letteralmente creato dalle lettrici, esattamente come il sistema delle fanfiction. Il termine “dark romance” non esisteva prima del 2010, quando una casa editrice americana decise di adottarlo prendendolo di peso dalle recensioni delle lettrici, che a loro volta avevano iniziato ad usarlo per avvisare le altre dei contenuti forti presenti. Quindi il dark romance nasce proprio consapevole del proprio target e desideroso di comunicare con la massima chiarezza quel target a tutti gli altri. Possiamo discutere dell’introduzione dei bollini PEGI anche per i libri, semmai, ma di nuovo: sono richieste che facciamo alle case editrici, all’editoria come settore, non alle autrici (accusandole peraltro di avere una passione che “si trascina dietro delle conseguenze problematiche che dovrebbero essere tenuto sotto maggior controllo”, citazione testuale8).
Che poi: anche se stessimo ore a parlare del fatto che il dark romance sia un genere per adulti, scritto per adulti e targetizzato agli adulti, almeno nelle intenzioni delle autrici, questa resterebbe una scusa non necessaria. Perché le autrici non sono le madri di nessuno, o quantomeno: le autrici non sono le madri dei loro lettori. Vogliamo dire che hanno la responsabilità di rendere chiaro di cosa hanno scritto? Sì, va bene; ma non hanno altre responsabilità. Non sulla copertina, non sulla promozione (a meno che non siano self), soprattutto non di verificare la carta di identità di chi acquista e legge i loro volumi. E quando i libri arrivano in mano a persone che non sono il pubblico previsto non ci si può fare molto: è successo a noi alla nostra età, succede per il porno e per un sacco di altre cose, e a tal proposito ricordiamo che un bottone con scritto “sei maggiorenne? Y/N” non ha mai fermato nessuna di noi dall’entrare su Pornhub, né dal mentire per leggere le fanfiction erotiche su EFP, illo tempore. Anche questo fa parte del processo di crescita. Non possiamo gettare su un genere letterario la colpa di genitori assenti che non si preoccupano abbastanza delle letture dei loro giovani figli.
Che poi, di che età stiamo parlando? Di ragazzine di 10, 12, 14, 17 anni? Perché una di noi insegna alle superiori, ha a che fare con centinaia di studenti ogni anno e, quando le capita di parlare di dark romance con le sue studentesse, quelle hanno chiarissimo il fatto che il bad boy che le fa sospirare nella finzione, nella realtà, lo vorrebbero ben lontano da loro, possibilmente in galera.
Ricordate quando c’erano le polemiche sulle fan della coppia Joker/Harley Quinn? Ecco, stessa cosa: pensare che le fan della coppia volessero avere una persona come il Joker accanto, nelle loro vite, è semplicemente delirante.
Salviamo le donne da loro stesse
E qui arriviamo al cuore della faccenda, quello che Andrea passa un intero paragrafo a negare:
“le critiche al dark romance sono una forma di maschilismo? Ah sì, grazie, mi hanno già dato del misogino oggi.”
Poi, per rafforzare la difesa, cita due donne che la pensano come lui, ma siccome “non hanno il pisello”, come dice lui stesso, allora avranno automaticamente ragione. No, diamine! Non funziona così! L’impianto retorico che viene presentato, dall’inizio alla fine, si basa letteralmente sull’idea che le lettrici non sappiano distinguere la fantasia narrativa da un modello relazionale da imitare. Essere una donna e concordare con la tesi non la rende automaticamente giusta. Perché il paternalismo e il maschilismo e la misoginia sono interiorizzati in ognuno e ognuna di noi, uomini e donne.
E non è misoginia perché lo dice Andrea Viscusi, lo sarebbe anche se lo dicesse Ermenegilda Viscusi.
È misoginia perché la logica sottostante è: le donne non sanno cosa vogliono leggere, quindi qualcuno (un uomo che notoriamente non legge questi libri e non sa niente, per sua stessa ammissione, di questo argomento) deve spiegarglielo. È lo stesso paternalismo culturale di sempre, la solita retorica di merda che le donne si sentono ripetere da tutta la vita, però incartata nella carta dorata del lessico femminista preso in prestito per sentirsi dalla parte giusta.
Una retorica che si nota nel tono paternalista usato nei confronti delle giovani (femminile) lettrici… e che, con nostra sorpresa, diverse persone non hanno notato.
Permetteteci di mostrarvelo:
“nel seguito di questo post mostrerò proprio come la loro capacità di giudizio su questi prodotti sia totalmente sballata. Ed è per questo che parlo di culto”
“il fatto che intorno a esso esista un culto che impedisce ai suoi seguaci di vederne le potenziali terribili conseguenze”
“Il denominatore comune di tutti questi episodi è lo stesso: la sospensione del giudizio”
“l’incapacità delle persone coinvolte, che siano redazioni, influencer o soltanto lettorə, di comprendere che diffondere messaggi del genere nella società di oggi […] mi manda in bestia”
“storie che attirano soprattutto il pubblico più impressionabile”
“Ed è pericoloso proprio per le ragazze, le donne”
“narrazioni che erodono le già fragili conquiste di una categoria già oppressa”
“Se inquiniamo i parametri con cui le ragazze possono riconoscere i comportamenti pericolosi”
“chi non riesce o finge di non capire il problema” (questa è nei commenti e non nell’articolo, ma è la formulazione più esplicita: o cretine o in malafede)
Perché è risaputo, le ragazze non distinguono fra realtà e fantasia, fra bene e male, fra giusto e sbagliato. Peccato che ogni volta che qualcuno è andato a chiederglielo abbiano risposto il contrario.
L’unica indagine che siamo riuscite a trovare compiuta su lettrici adolescenti in carne e ossa, e non su screenshot, è quella di Arnaud Genon, dell’istituto di formazione degli insegnanti di Strasburgo, che nella primavera del 2024 ha coinvolto una quarantina di studentesse tra i 15 e i 18 anni, sia lettrici che non lettrici, e ha sottoposto loro questionari, focus group e interviste individuali, costruite attorno a quattro dark romance francofoni molto letti. Le ragazze hanno risposto con un distacco critico molto netto: le dinamiche violente non vengono affatto prese come modello ma lette come quello che sono, ossia finzione. Una lettrice assidua definisce quei romanzi “un po’ anche prevenzione: leggendo quelle cose ti dici che non hai voglia di fare gli stessi errori o di vivere le stesse cose”9; un’altra ribalta la domanda chiedendo se il problema non sia semmai l’immagine dell’uomo veicolata dal libro; altre fanno notare che le protagoniste “combattono, perché se non combattessero non ci sarebbe il romanzo, sarebbe solo un libro in cui le donne subiscono violenza, mentre in realtà c’è dell’altro”. E la conclusione di Genon suona familiare: trattare le adolescenti come lettrici candide da proteggere significa riprodurre una pratica “antica quanto il genere romanzesco”, quella di controllare le letture delle ragazze per sottrarle a una letteratura industriale che le travierebbe dalla retta via. (Genon, 2025).
Il lavoro di Monier sulle cento recensioni Goodreads dice la stessa cosa delle lettrici adulte, e lo dice con le loro parole: c’è chi scrive che ogni osso femminista del suo corpo le urla contro perché il libro le è piaciuto, chi dice che nella vita vera quell’uomo lo vorrebbe in galera ma dentro al romanzo si è divertita, chi sottolinea che è finzione e nessuna vuole per davvero una cosa come quella del romanzo. Nessuna sta confondendo niente. Semmai stanno discutendo ad alta voce con sé stesse, e si fanno più colpe del dovuto (come al solito).
Vale la pena essere oneste anche sull’altro lato, così non deve farlo Andrea per noi. Qualcosa “contro” esiste: una tesi di laurea magistrale americana del 2024 (Fortune, University of Northern Colorado) ha analizzato cento video pubblici di BookTok e oltre millecinquecento commenti, e vi ha letto dei segnali di assuefazione ai contenuti espliciti e di maggiore tolleranza verso comportamenti problematici. Solo che non è un lavoro passato al vaglio di altri ricercatori prima della pubblicazione, non ha davanti delle lettrici ma dei commenti sotto dei video, non misura effetti su nessuno, e le persone di cui parla ripetono in continuazione che stanno parlando di fantasie. (Fortune, T. (2024), Rape Beyond Fantasy: Exploring the Influence of BookTok’s Erotica and Dark Romance Literature on Young Adult Perceptions of Consent and Boundaries Creator, tesi di laurea magistrale, University of Northern Colorado)
C’è poi un altro punto su cui vogliamo rettificare una cosa scritta da Andrea:
“lo stupro è in realtà l’uomo che capisce quando tu dici no ma il tuo corpo dice sì. Non sto esagerando, questa cosa c’è davvero, proprio in quel Hunting Adeline, confermata nelle intenzioni dall’autrice.”
C’è un problema, però, perché quello riportato lì non è il punto di vista dell’autrice: è il punto di vista del protagonista maschile, e l’attribuzione di intenti a H. D. Carlton arriva senza alcuna fonte. Il che è tanto più curioso se si considera che quello che Carlton pensa davvero lo ha detto pubblicamente, in video, tre settimane prima dell’articolo di Ferragosto, ed è online sui social.
Ve lo riportiamo: a luglio 2026 viene annunciato l’adattamento cinematografico di Haunting Adeline, e ne segue una settimana di gogna internazionale per la povera autrice. Il 24 luglio Carlton risponde con un reel che è stato ripreso anche dalla stampa (The Express Tribune, 24 luglio 2026), e nel quale, di suo, si scusa: non per il libro e non per il film, ma con le lettrici che in quei giorni si erano prese addosso il linciaggio al posto suo.
Dice, fra le altre cose, che non si può fare il tifo per le sopravvissute a violenza sessuale e allo stesso tempo condannarle, invalidarle e umiliarle per il modo in cui elaborano il proprio trauma solo perché non lo si condivide. Dice che leggere dark romance con trigger non-con, che sia per guarire o semplicemente perché piace, non rende nessuna sbagliata, disgustosa o malata. Dice che la censura è pericolosa perché una volta che si è ottenuto di vietare una cosa non c’è niente che impedisca di vietare anche quella con cui si è d’accordo. E, sulla paura che il film incoraggi la violenza sulle donne, dice la cosa più semplice del mondo: “Nessuno e niente è responsabile del fatto che un uomo faccia del male a una donna, tranne quell’uomo”.
Nello stesso periodo, nella didascalia di un video su TikTok, aveva già scritto di essere lei stessa una sopravvissuta ad abusi sessuali infantili e a uno stupro, oltre che a violenza domestica da adolescente, che Haunting Adeline è stato scritto per gestire quel trauma, e che non se ne vergognerà mai, dal momento che ha aiutato altre persone con lo stesso trauma alle spalle.
Ecco: c’è una donna che ha scritto un libro sul peggio che le è capitato, e ci sono degli sconosciuti che le spiegano che elaborare così è irresponsabile. Un riassunto perfetto di quello di cui stiamo parlando in quest’articolo, perché alla fine il punto non è il dark romance. Non è mai il dark romance.
Il dark romance non ha cinque anni
Al pezzo di Andrea manca una cosa importante, ovvero la memoria storica. Il dark romance come categoria editoriale che va a braccetto con il BookTok è recentissimo, ma le cose di cui è fatto sono molto più antiche. Sono state semplicemente riscoperte e impacchettate da un’industria che per decenni lo ha ignorato mentre veniva prodotto altrove, nella scrittura amatoriale e nel self publishing, esattamente come è successo al romance in generale.
Prima, molto prima, c’erano Barbablù e le fiabe che raccontano di ossessioni, di uomini pericolosi e di donne che imparano a riconoscerli; c’era Heathcliff, che passa duecento pagine a essere un problema per sé stesso e per chiunque gli graviti attorno perché non può mettere le mani su Catherine; c’era Rochester, che tiene la prima moglie chiusa in soffitta. La letteratura ha sempre usato il territorio oscuro del desiderio per elaborarlo, non per prescriverlo.
Se il dark romance è oggi il pericolo che porterà a una recrudescenza del patriarcato (che poi sembra strano: le statistiche internazionali dicono che sono gli uomini sempre più reazionari, e loro non ne leggono di romance...) com’è che dal 1919 ad oggi, almeno a parole, la società si è fatta più progressista? La data è quella di pubblicazione di The Sheik di Edith Maude Hull, romanzo in cui una giovane violentata si innamora dell’aguzzino che giustifica la violenza con la troppa passione per lei; o dal 1972, data della pubblicazione di The Flame and the Flower di Kathleen E. Woodiwiss, il romanzo che ha “inventato” il romance commerciale moderno e che si apre con uno stupro, per poi far convolare a nozze i due.
Se vogliamo usare singoli casi per mostrare un andamento sociale, com’è che oggi riteniamo illegali e immorali questi comportamenti? Non dovremmo essere del tutto assuefatte?
Se il dark romance fosse un’emergenza recente, qualcuno ci spieghi come mai i prototipi veri e propri del genere, vecchi di cinquanta e di cento anni, contenevano esattamente gli stessi contenuti “problematici”. E attenzione, perché il punto non è che nessuno protestò: protestarono eccome, sia nel 1919 sia negli anni Settanta e Ottanta, quando la critica femminista si occupò a lungo dei bodice ripper. Il punto è che protestarono con gli stessi identici argomenti che leggiamo oggi. Chi studia il romance sa bene che il legame fra lo stupro e il romanzo rosa moderno è vecchio quanto il genere stesso (Keran, M. (2024), The Genre of Rape: Women’s Popular Literature and Contemporary Representations of Sexual Violence, tesi di dottorato, University of Michigan). La differenza è che oggi il sottogenere che tratta questa materia lo dichiara nel nome, nelle avvertenze e nelle regole della sua community, mentre nel 1972 The Flame and the Flower vendeva milioni di copie senza niente di tutto questo.
Quando una storia non trovava spazio nell’editoria tradizionale, finiva nella fanfiction, dove per anni le persone (soprattutto le donne, spesso le persone queer) hanno scritto ed elaborato questi temi senza alcuna mediazione editoriale, sperimentando su materiale controverso perché… perché sì.
Rimanendo in ambito di fanfiction, la serie tv Hannibal ha prodotto una delle community più prolifiche e celebrate attorno alla Hannigram, la ship fra Hannibal e Will, i due protagonisti, rispettivamente il nostro famosissimo serial killer cannibale mattoinculo e il profiler dell’FBI che deve catturarlo. Migliaia di storie hanno esplorato per anni ossessione, possesso e violenza come forma di intimità, e in maniera talvolta più profonda di qualsiasi dark romance eterosessuale che potreste trovare oggi su uno scaffale in libreria.
Poi c’è tutto il filone del monster fucking (a cui la nostra Gaia ha dedicato un articolo già nel 2025 partendo dalla critica di una donna, al genere; visto che il patriarcato non è solo maschile) una tradizione lunghissima le cui radici affondano già nella mitologia greca, con Zeus che prende forma di cigno o di toro per portarsi via delle mortali, e in cui il tema centrale è la narrativa romantica ed erotica fra esseri umani e creature esplicitamente non umane, mostruose e pericolose. Lo abbiamo visto in La forma dell’acqua di Guillermo del Toro, che a sua volta ha dato nuova linfa al filone, almeno nell’underground, sotto forma di romanzi, fanfiction e artwork.
Finché queste storie se ne restavano confinate nei pulp da edicola o negli archivi delle fanfiction erano invisibili al discorso pubblico, una sorta di guilty pleasure da tenere nascosto; ma nel momento in cui questa roba esce dai suoi confini e mette i piedi nel mainstream, generando fiumi di soldi, diventa improvvisamente un urgente problema sociale. Si potrebbe persino dire che gasp! non è la fantasia in sé a disturbare qualcuno: è la scoperta che esiste un mercato enorme di donne disposte a pagare per leggerla.
Il vero antidoto alla confusione fra fiction e realtà, quindi, non è la censura di un genere ma l’alfabetizzazione narrativa, cioè insegnare a leggere criticamente invece di impedire di leggere, che vuol dire leggere insieme, discutere i libri, chiedere a chi legge cosa ci vede. Le ragazze che leggono queste storie non stanno aspettando che arrivi a casa loro lo stalker ossessivo affascinante, con o senza maschera: stanno facendo quello che la narrativa ha sempre permesso di fare, cioè attraversare in sicurezza, sulla pagina, ciò che nella vita reale sarebbe distruttivo. Ma tutto questo richiede un lavoro lungo e noioso che non fa engagement su Substack o su Instagram.
E possiamo dire una cosa? Stare qui a discutere del fatto che sono le ragazze che non capiscono i segnali pericolosi in una relazione quando proprio il giorno di Ferragosto è stata uccisa una donna, Tania Terrin, che era stata SETTE VOLTE dai carabinieri perché temeva per la propria vita, a causa del suo ex (che a sua volta era stato denunciato da QUATTRO DONNE), fa male. E fa incazzare.
Quindi, caro Andrea, perdonaci se siamo state un po’ dure con te, ma siamo incazzate.
Usiamo le stesse regole
Visto che in fin dei conti l’impianto del pezzo di Andrea è “il dark romance danneggia le ragazzine” (e non il marketing, invece), giochiamo un attimo con le sue stesse regole e guardiamo cosa dice la letteratura scientifica sui danni concreti legati al genere e all’età.
La pornografia. Ricerche recenti su campioni maschili rilevano che l’uso di pornografia è associato a due forme distinte di disumanizzazione delle donne, una meccanica, legata ad atteggiamenti aggressivi, e una animalistica, legata a comportamenti aggressivi. Altre analisi rilevano una correlazione negativa fra consumo di pornografia e soddisfazione sessuale, ma solo per gli uomini, non per le donne. Va detto che questa è un’area di ricerca in cui causalità e correlazione restano fortemente dibattute; resta comunque una base infinitamente più solida che partire da una recensione su Goodreads e dichiarare che il dark romance fa male alle adolescenti, cosa su cui non esiste alcuno studio.
Il gap di lettura. I dati del National Endowment for the Arts mostrano da decenni un calo di lettura di narrativa fra i ragazzi più marcato che fra le ragazze, e il calo è più netto proprio nelle fasce più giovani: sempre meno ragazzi leggono romanzi, e nel frattempo finiscono a consumare Reddit, podcast e contenuti brevi sui social.
Andrea, nei commenti, ci ha regalato un ottimo argomento: se è dimostrato che le commedie romantiche influenzano il modo in cui percepiamo le relazioni, perché non dovrebbe valere anche qui? Lo ha scritto rispondendo a una di noi (sempre Linda) che aveva citato sommariamente lo studio, quindi ne parliamo un po’ più nel dettaglio.
Il riferimento bibliografico sul corteggiamento insistente “romanticizzato” è lo studio di Julia Lippman (Lippman, J. (2018), “I Did It Because I Never Stopped Loving You: The Effects of Media Portrayals of Persistent Pursuit on Beliefs About Stalking”, Communication Research), che analizza le commedie romantiche hollywoodiane e non il dark romance. L’esperimento è semplice: un campione di oltre quattrocento studentesse universitarie è stato esposto, in modo casuale, a un film che spacciava lo stalking per gesto d’amore (Tutti pazzi per Mary, Management), a uno che lo mostrava per ciò che è, ovvero una minaccia (A letto con il nemico, Enough), oppure a un documentario naturalistico come gruppo di controllo. A seguire, è stato chiesto alle partecipanti di valutare quanto concordassero con affermazioni del tipo: “in fondo, molte donne apprezzano le attenzioni insistenti”.
I risultati hanno evidenziato due cose importanti. Primo: le convinzioni distorte aumentano soltanto se la spettatrice percepisce il film come realistico o vi si immerge totalmente; se la finzione resta finzione, non cambia nulla. Secondo: quando il comportamento molesto viene chiaramente inquadrato come una minaccia, le convinzioni tossiche diminuiscono. Non è la presenza di un atto a fare danni, ma la cornice narrativa e la percezione di verosimiglianza da parte di chi guarda.
Non è un caso isolato: ciò che emerge da tutte le ricerche è che l’impatto di un contenuto dipende da quanto il pubblico lo percepisca come reale. Riguardo al porno tra gli adolescenti, una meta-analisi recente su quasi quattromila ragazzi mostra che più si guarda porno più si tende a crederlo realistico; ed è proprio la convinzione di realismo, più che la semplice fruizione, a correlarsi con la nascita di atteggiamenti disfunzionali (Gunnoo, A. e Powell, C. (2023), “The Association Between Pornography Consumption and Perceived Realism in Adolescents: A Meta-analysis”, Sexuality & Culture); un dato che spiega perché gli studi longitudinali (come quelli di Peter e Valkenburg) offrano risultati così divergenti. A confermarlo sono anche le due rassegne più recenti: quella di Pathmendra e colleghe (Journal of Medical Internet Research, 2023), che ne aggrega diciannove, e quella di Mestre-Bach e Potenza (2025), che ne esamina quarantaquattro seguite nel tempo. Le prime concludono che, essendo quasi tutti gli studi disponibili fotografie di un solo momento e con limiti importanti, nessun rapporto di causa può essere stabilito, e che l’esposizione al porno non viene nemmeno misurata allo stesso modo da una ricerca all’altra; le seconde, che i risultati si contraddicono e che serve altra ricerca. E questo dopo decenni.
E sull’assuefazione alla violenza, l’esperimento che ha messo alla prova proprio quella tesi (Ramos, Ferguson et al., 2013) ha fatto vedere a 238 ragazzi un programma televisivo violento oppure uno tranquillo, e poi delle riprese di persone davvero ferite o uccise oppure delle scene di finzione, misurando quanta compassione provassero per le vittime. Chi aveva visto il programma violento non era diventato più insensibile; e tutti si commuovevano molto di più quando sapevano che la violenza era vera invece che recitata. Il pubblico distingue. È l’unica cosa su cui tutte queste ricerche vanno d’accordo, ed è esattamente quella che Andrea dà per impossibile.
Quanto all’assuefazione culturale che lui evoca “col senno di poi”: esiste, ha un nome, si chiama teoria della coltivazione, e dice che chi guarda molta televisione finisce per credere che il mondo assomigli a quello che vede in televisione; in particolare, che sia molto più pericoloso di quanto sia, tanto che chi consuma tanta cronaca nera sovrastima quanti crimini vengono commessi e quante probabilità ha di finirci in mezzo. Ci sono cinquant’anni di ricerche e un lavoro del 2021 che ne ha messe insieme più di quattrocento (Hermann, Morgan e Shanahan, 2021), trovando un effetto piccolo ma costante nel tempo. Il punto è che quell’effetto è stato misurato sulla televisione e sulla cronaca, non sulla narrativa; e quando gli stessi ricercatori hanno rifatto i conti sui social, nel 2023, hanno trovato effetti più forti quando l’esposizione è a un tipo di contenuto specifico, quando si consuma passivamente e quando chi consuma è giovane. Che è la descrizione tecnica di un algoritmo che serve podcast della manosfera a un quindicenne, e ci porta al punto seguente.
Il veicolo verso la manosfera è documentato, quello del dark romance no. Uno studio pubblicato a maggio del 2026 da un gruppo dell’Università di Melbourne e della American University (Fisher, Miller-Idriss, Lewis, Benakovic e Seidler) ha fatto una cosa che non era mai stata fatta prima: invece di costruire account fittizi per simulare l’esperienza di un utente, che è il metodo che le piattaforme hanno sempre contestato proprio perché simulato, si è fatto dare le cronologie TikTok reali di 142 giovani uomini fra Australia, Stati Uniti e Regno Unito, e ha guardato duemila video, gli stessi che avevano guardato loro. Il 44% di quei video conteneva contenuti legati alla mascolinità, divisi in tre categorie; e la categoria più estrema, quella con la misoginia esplicita e le rappresentazioni grafiche di violenza sulle donne, sta in fondo a un percorso che comincia con un tutorial su come allenare i tricipiti.
Gli autori chiariscono che non esiste un percorso lineare e diretto che conduce dalla solitudine alla radicalizzazione. Hanno mappato il terreno fertile, che non è un tunnel come potremmo immaginarci, bensì una serie di contenuti culturali legati a corpo, salute, disciplina e performance che normalizzano, passo dopo passo, messaggi di misoginia, rischio e violenza. Ed è una dinamica ben più insidiosa di un tunnel, perché meno evidente.
Come conferma il paper appena pubblicato su Telematics and Informatics, la categoria più diffusa (il 38% dei video analizzati: palestra, sport, moda, consigli di coppia) non rientra nemmeno nei criteri della manosfera. Si tratta del suo ingresso di servizio: contenuti che, pur non essendo esplicitamente misogini, immergono i ragazzi in acque culturali in cui i messaggi estremi (che costituiscono appena il 6% dei video) si insinuano senza essere notati (Fisher et al., 2026).
Ecco perché il gap di lettura di tre paragrafi fa non era una divagazione: da una parte ci sono ragazzi che leggono sempre meno narrativa e passano lo stesso tempo su piattaforme che li spingono verso i podcast della manosfera, dall’altra ci sono ragazze che leggono un genere su cui non esiste uno straccio di studio che dimostri conseguenze di alcun tipo. I redpillati esistono davvero, e la strada che li porta lì è tracciata e misurata.
Per concludere
Abbiamo provato a fare quello che un approfondimento sulla pericolosità sociale di un intero genere letterario dovrebbe fare: cercato gli studi e non il personale sentire. E gli studi mostrano che le giovani e i giovani hanno ben chiara qual è la differenza fra realtà e finzione nella narrativa… meno quando i racconti sono spacciati per veri, come in certi podcast.
Sull’unico punto in cui Andrea ha ragione, cioè il marketing, la responsabilità è di una casa editrice che ha tolto dalla copertina il sottotitolo con cui l’autrice avvertiva che stava scrivendo una commedia; e per quanto ci si sforzi, non è un problema che si risolve dicendo alle lettrici che sono cultiste, o alle autrici che traviano le future generazioni con la loro perversione.
Se l’obiettivo è davvero proteggere le ragazze e i ragazzi, insomma, l’elenco delle priorità va rifatto.
Ma avrebbe sollevato meno casino.
Bibliografia
Sul dark romance
Deane, K. (2026), “Dark romance: an introduction”, Porn Studies, DOI 10.1080/23268743.2025.2586593
Monier, M. (2026), “Reading the dark romance: exploring audience engagement with sexual power dynamics in dark romance novels”, Porn Studies, DOI 10.1080/23268743.2026.2665166
Genon, A. (2024), “La dark romance: les ambiguïtés d’un genre littéraire qui fascine”, The Conversation (aggiornato anche con l’uscita del numero monografico “L’économie du désir: de #MeToo à la dark romance”, vedi ultimo paragrafo)
Creator, tesi di laurea magistrale, University of Northern Colorado
Keran, M. (2024), The Genre of Rape: Women’s Popular Literature and Contemporary Representations of Sexual Violence, tesi di dottorato, University of Michigan
Burmeister, A. G. (2026), Where Love and Obsession Overlap: An Examination of Dark Romance, BookTok, and Moral Outrage, tesi di laurea magistrale, Bowling Green State University
Kvistad, E. (2026), “Happily Ever After?/Happily Ever After! Negotiating the Gothic in Contemporary Dark Romance”, Journal of Popular Romance Studies 15.1
Le dichiarazioni di H. D. Carlton
Carlton, H. D. (luglio 2026), videomessaggio sull’adattamento cinematografico di Haunting Adeline, Instagram, reel DbLTpeQtuoG
Carlton, H. D. (luglio 2026), didascalia del video TikTok 7663856536392846606 sul proprio vissuto di sopravvissuta
The Express Tribune (24 luglio 2026), “Haunting Adeline author H D Carlton addresses film adaptation backlash: This movie is still happening”
Sui panici morali e sugli effetti dei media
Tilley, C. (2012), “Seducing the Innocent: Fredric Wertham and the Falsifications That Helped Condemn Comics”, Information & Culture 47(4), DOI 10.7560/ic47401
American Psychological Association (2020), Resolution on Violent Video Games
Przybylski, A. e Weinstein, N. (2019), “Violent video game engagement is not associated with adolescents’ aggressive behaviour: evidence from a registered report”, Royal Society Open Science 6(2)
Ferguson, C. e Kilburn, J. (2009), “The public health risks of media violence: a meta-analytic review”, Journal of Pediatrics
Ramos, R., Ferguson, C. et al. (2013), “Comfortably numb or just yet another movie? Media violence exposure does not reduce viewer empathy for victims of real violence”, Psychology of Popular Media Culture
Hermann, E., Morgan, M. e Shanahan, J. (2021), “Television, Continuity, and Change: A Meta-Analysis of Five Decades of Cultivation Research”, Journal of Communication 71(4), pp. 515-544
Ferguson, C. J. (2008), “The School Shooting/Violent Video Game Link: Causal Relationship or Moral Panic?”, Journal of Investigative Psychology and Offender Profiling 5(1-2), pp. 25-37
Hermann, Morgan e Shanahan (2023), “Cultivation and social media: A meta-analysis”, New Media & Society, DOI 10.1177/14614448231180257
Su corteggiamento insistente, pornografia e manosfera
Lippman, J. (2018), “I Did It Because I Never Stopped Loving You: The Effects of Media Portrayals of Persistent Pursuit on Beliefs About Stalking”, Communication Research 45(3)
Gunnoo, N. e Powell, D. (2023), Sexuality & Culture, DOI 10.1007/s12119-023-10095-x
Mestre-Bach, G. e Potenza, M. (2025), rassegna di quarantaquattro studi longitudinali, Journal of the Korean Academy of Child and Adolescent Psychiatry 36(3) (accesso aperto)
Pathmendra, P., Raggatt, M., Lim, M., Marino, J. e Skinner, S. R. (2023), “Exposure to Pornography and Adolescent Sexual Behavior: Systematic Review”, Journal of Medical Internet Research 25 (accesso aperto)
Fisher, K., Miller-Idriss, C., Lewis, E., Benakovic, R. e Seidler, Z. (2026), “We analysed the TikTok history of 142 men. Here’s what it taught us about the manosphere”, The Conversation, 20 maggio 2026 (Università di Melbourne e American University; la ricerca è un progetto del Movember Institute of Men’s Health, presentato qui; l’articolo peer reviewed è la voce successiva)
Fisher, K., Benakovic, R., O’Gorman, K., Rice, S. M., Tierney, K., Miller-Idriss, C., Dashtgard, P. e Seidler, Z. (2026), “Development and application of the Masculinity Content Classification Framework”, Telematics and Informatics, DOI 10.1016/j.tele.2026.102402 (accesso aperto)
Il numero monografico di Lecture Jeune
Lecture Jeune, n. 194 (giugno 2025), “L’économie du désir: de #MeToo à la dark romance”, rivista dell’osservatorio Lecture Jeunesse, in particolare:
Bigey, M. (2025), “Petit précis de romance contemporaine: fictions du désir, publics adolescents et lectures intensives”, pp. 5–8
Wavelet, G. (2025), “Les romances sombres et la vie psychique des ados”, intervista, pp. 17–20
Genon, A. (2025), “Les « dangers » de la dark romance: qu’en pensent les jeunes lecteurs?”, pp. 21–24
Scusaci, Andrea, ma era servita su un piatto d’argento!
Citazione testuale: “Abstract: il dark romance è problematico e non dovremmo ignorare i danni che può provocare a un’intera generazione di lettrici.”
Citazione testuale: “nel seguito di questo post mostrerò proprio come la loro capacità di giudizio su questi prodotti sia totalmente sballata. Ed è per questo che parlo di culto.”
Citazione testuale: "il fatto che intorno a esso esista un culto che impedisce ai suoi seguaci di vederne le potenziali terribili conseguenze"
Citazioni testuali: “storie che attirano soprattutto il pubblico più impressionabile”, “Ed è pericoloso proprio per le ragazze, le donne.”, “Se inquiniamo i parametri con cui le ragazze possono riconoscere i comportamenti pericolosi”
Le citazioni provengono dalla pubblicazione L’Économie du désir: de #MeToo à la dark romance N° 194, juin 2025 di Lecteur Jeunesse e sono traduzioni dal francese fatte da noi. Lo si può acquistare qui.
Andrea scrive: "Vorrei che qualcuno si prendesse la responsabilità dei messaggi che sta diffondendo."
La citazione completa: "Ti piace scriverlo? Accomodati. Però ammetti che la tua passione si trascina dietro delle conseguenze problematiche che dovrebbero essere tenuto sotto maggior controllo."
Come al punto 6, le citazioni provengono dalla pubblicazione L’Économie du désir: de #MeToo à la dark romance N° 194, juin 2025 di Lecteur Jeunesse e sono traduzioni dal francese fatte da noi.




















Mi sono scordata di scrivere una cosa in questo articolo ed è: da persona che ha tradotto per vile denaro diversi dark romance (soprattutto MM), una delle mie maggiori lamentele del genere dark è che davvero molto di rado vanno "fino in fondo". Storie come Haunting Adeline sono un'eccezione nell'ambito della narrativa pubblicata come libro, la maggior parte sono storie con tematiche "dark" che servono a coprire il "famolo strano", non di più, non di meno. Anzi, spesso virano nell'ambito del consenso, seppur anche minimo, proprio per poter rimanere sui binari del romance. E lo dico soprattutto perché non è possibile diversamente. Nell'ambito dell'autopubblicazione Amazon è estremamente rigido sui temi che si possono pubblicare e infatti la roba veramente sopra le righe deve necessariamente passare attraverso la pubblicazione tradizionale per non incappare nella tagliola della censura.
È invece nell'ambito della fanfiction che si trova la roba seria, nessuno di voi sopravviverebbe dieci minuti sul tag del gunplay su AO3.