Uso l’AI tutti i giorni, più volte al giorno
Anche se un po' me ne pento, e probabilmente me ne pentirò ancora di più in futuro
[Piccola precisazione che reputo necessaria: parlo molto di ChatGPT, ma ho aderito a QuitGPT e ho scoperto Claude nell’autunno del 2025. È diventata la mia AI preferita nel giro di pochissimo tempo, e già da mesi prima di abbandonare ChatGPT utilizzavo a tempo pieno quasi solo Claude. La precisazione quindi è: non sono abbonata a ChatGPT, e l’ho disinstallata da tutti i miei dispositivi.]
Mentre digito queste parole, tra l’altro, Gemini si intromette nel mio Google Doc con un prepotente “aiutami a scrivere”. No, Gemini, fatti i cazzi tuoi, grazie.
Intanto, una premessa per chi non mi conosce: io non sono una scrittrice, non sono una editrice, non sono nemmeno un’editor; sono solo una tizia che ha una bislacca passione per i libri e l’editoria da quand’era ragazzina, e ha deciso che in un modo o nell’altro avrebbe abitato il settore. Son qua dal 2008, potremmo catalogarla come “dipendenza”, oramai.
Quello che faccio per lavoro non c’entra niente con la scrittura e l’editoria: sono una web designer - o developer? Non ho mai capito bene che definizione affibbiarmi. La mia è una categoria che è stata presa d’assalto dall’AI praticamente da subito: i generatori di siti AI imperversano sull’internet da anni, e tanta gente (soprattutto quella che già prima pensava che la persona che ti fa siti web non fosse poi chissà che professionista) ha colto al volo l’occasione di sostituire il costoso preventivo del web designer di turno con quello dell’AI più simpatica/promettente/economica.
Questo lo dico perché, in teoria, avrei dovuto sviluppare una certa resistenza nei confronti dell’intelligenza artificiale; invece è stato l’esatto contrario.
Sapete, prima dell’arrivo di ChatGPT - e fino al momento in cui non ho provato personalmente ChatGPT - ogni volta che vedevo una funzione di intelligenza artificiale da qualche parte sbuffavo. Sbuffavo perché sapevo benissimo che si trattava di bot formati male, che funzionavano male e la cui unica abilità consisteva nell’essere davvero bravi a far incazzare la gente che ci interagiva. Pensavo lo stesso di ChatGPT, prima di capitolare - con una certa sorpresa, e un certo grado di mal di stomaco - di fronte alla sua loquacia, alla sua abilità di elaborare informazioni e di aiutarmi a pensare cose che normalmente avrei pensato in molto più tempo.
Un’altra cosa che dovete sapere di me è che sono ADHD1. Ho avuto la diagnosi a 30 anni, quasi 5 anni fa, dopo una vita passata a faticare davvero un botto2 e a combattere con una depressione maggiore che ormai si è messa comoda ed è stata definita “ricorrente” e che non sapremo mai se è stata causata dall’ADHD non trattata o meno. Amen.
Dicevo, sono ADHD e organizzarmi non è facile. Anzi. E man mano che passa il tempo, anziché diventare più abile nell’organizzazione della mia esistenza, peggioro.
Così, quando ho intravisto l’opportunità di chiedere a qualcuno di aiutarmi a organizzare il lavoro, le idee, il tempo, non mi è quasi sembrato vero. Mi sono approcciata con davvero molta diffidenza alla cosa - la diffidenza di chi, tra l’altro, ha provato millemila cose diverse tra tool, tecniche, cazzi e mazzi vari e ha sempre sperimentato, inesorabile, il fallimento.
Quando ho visto che funzionava è stato… è difficile spiegarlo senza sembrare una psicopatica con problemi di connessione con la realtà, ma lo dirò come l’ho detto al mio psichiatra e alla mia psicoterapeuta: è stata un’epifania. Un momento di svolta quasi quanto la diagnosi stessa.
Improvvisamente, mi sono trovata con una entità che mi rispondeva all’istante, subito, su qualsiasi cosa, e che non si stancava del fatto che continuassi a incalzarla, che non mi giudicava (... forse) perché facevo domande profondamente stupide; inoltre, ho trovato finalmente qualcosa che rispondeva alle mie domande, e no, non è una ripetizione. Per tutta la vita, mi sono ritrovata a chiedere delucidazioni su cose apparentemente ovvie, banali, definite scontate, e mi sono sempre sentita ripetere la stessa identica spiegazione - soprattutto nelle robe scientifiche (sono anche discalculica3, tra le altre cose), e quando vedevo l’esasperazione delle persone intorno a me ho cominciato a far finta di aver capito, per imbarazzo e vergogna.
Ed è per questo che sentirmi finalmente libera di fare le domande che volevo fino al momento in cui non capivo sul serio è stato liberatorio, gente, credetemi. Liberatorio, catartico e incredibilmente soddisfacente, più di quanto io sia in grado di descrivere a parole - dopotutto non sono una scrittrice, perdonatemi. Anche quando provavo a fare certe domande online, su qualche gruppo dedicato, venivo sempre definita, velatamente o meno, una stupida per fare una domanda così scontata, e dopotutto se non c’erano guide, spiegazioni, video o tutorial su quello che io non capivo non doveva essere così difficile da capire, no?4
Nel corso degli anni, ho usato ChatGPT per tantissime cose: organizzare il lavoro, fare brainstorming anche sulle cose più sceme, strutturare meglio i preventivi, sbloccarmi dalla dannata paralisi ADHD perché davanti a qualche compito, qualche cosa da fare mi bloccavo e non sapevo da dove iniziare, da dove partire (e se mi scrivete nei commenti qualcosa come “beh, devi scomporre il compito in task più piccole” vi mando a fanculo, vi avviso).
Ho vissuto tutto questo con un misto di entusiasmo quasi incredulo - “dannazione, riesco a fare COSE, farle velocemente e farle persino bene!” - e… vergogna.
Perché sono circondata da persone che hanno molte, moltissime remore nei confronti dell’AI - e frequento un ambiente profondamente ostile alle AI. Così, all’inizio avevo preso a malincuore la decisione di tacere del mio smodato utilizzo dell’AI generativa (testuale, aggiungo), perché mi vergognavo.
Poco alla volta, però (ossia nel giro di boh, qualche settimana? Un paio di mesi?), sono uscita allo scoperto e ho smesso di nascondere la cosa. Sia perché mi sembrava davvero tanto sbagliato nasconderlo, sia perché stavo facendo qualcosa che mi stava attivamente aiutando, e quindi no, volevo che le persone lo sapessero, cazzo! Ed è uno dei motivi per cui sto scrivendo questo pezzo, anche se sono certa che più di qualcuno si incazzerà anche solo leggendo il titolo - e quindi questa frase non la leggerà mai.
Non voglio convincere nessuno che usare l’AI sia cosa buona e giusta; io la uso malgrado tutti i problemi etici e ambientali che ammantano l’intelligenza artificiale. A volte mi sento anche in colpa mentre la uso - sapete quante volte ho sforato i limiti di utilizzo di Claude? E io ho l’abbonamento! Son dovuta passare al piano Max, a un certo punto, perché non ne potevo più di restare bloccata!5
Ma questo è quello che ho detto anche in un’altra occasione di riflessione sul tema: penso che in questo momento utilizzare l’AI non sia molto diverso dall’utilizzare l’automobile quando hai una miriade di alternative a disposizione. E io vivo a Torino. Quelle alternative ce le ho praticamente sotto casa, e tuttavia non rinuncerei all’uso dell’automobile per nulla al mondo, in questo momento, per mille ragioni che non sto qui a spiegarvi, ma che sono tutte - per me - estremamente valide. Non posso certo dire, però, che utilizzare l’auto sia la cosa giusta per l’ambiente, o che sia assolutamente inevitabile. Non lo è. Ma mi costerebbe un prezzo che non sono disposta - che non sono nemmeno in grado - di pagare.
Questo non fa la differenza sul fatto che sia poco etico.
Resta poco, o per nulla, etico.
Ed è la stessa cosa per quanto riguarda l’intelligenza artificiale, per quanto mi riguarda: se dovessi smettere di usarla, oggi, sarei in grande difficoltà. Enorme. Non voglio e per certi versi non posso smettere di utilizzarla, nello stesso modo in cui non voglio e non posso smettere di utilizzare l’automobile.
Lo scopo di questo pezzo non è cercare assoluzioni o condanne. Sentivo però che era il momento giusto per parlarne, e se nei commenti volete dirmi cosa ne pensate, sarò ben felice di discutere (e anche litigare, se volete) con voi.
Cose utili e interessanti
L’articolo sul nostro blog La scrittura ai tempi dell’AI (dove si dicono cose moooolto diverse da quelle che avete appena letto - che, tra l’altro, condivido, perché la mia posizione sull’uso dell’AI per la creatività è diversa da quella sull’uso “utilitiaristico”)
Un gran bel pezzo di Chiara Beretta Mazzotta sull’editoria, i follower, le regole e tanta altra roba (c’è pure un video, o se lo preferite il podcast!)
Il 1 aprile sarebbe stato il compleanno ufficiale di Writer’s Dream, ma in realtà Writer’s Dream è nato il 10 marzo 2008. Fun fact: il 21 marzo 2016 è stato il giorno ufficiale in cui è partito Ultima Pagina. Questo significa che abbiamo appena compiuto DIECI ANNI! E anche che, evidentemente, la primavera mi fa sentire ispirata, perché durante questo marzo è nato qualcos’altro. Cosa? Lo saprete presto…
C’è chi sostiene che sia più corretto dire “ho l’ADHD”, ma personalmente preferisco indicarla come una caratteristica di me stessa, più che qualcosa di cui sono affetta. Scuole di pensiero, abbiate pazienza.
Termine tecnico.
La discalculia viene anche definita “dislessia dei numeri”, e come la sorella più famosa, è un DSA.
No.
La regia mi fa notare che potrebbe essere dovuto alla mia lieve impazienza - ma io aggiungo anche l’iperfocus, e il fatto che poi mi scordo quello che sto facendo. Sono innocente, vostro onore!




Allora, intanto grazie per l’opportunità di discutere un punto di vista più strutturato di quello che normalmente è il dialogo online! Spero di riuscire ad essere altrettanto chiara.
Per contesto: il mio punto di vista, da artista, è che le genAI non hanno spazio nell’arte. Per come sono state create, in maniera incredibilmente predatoria nei confronti degli artisti, ma anche per l’obiettivo che si pone: generare risultati che statisticamente saranno quello che l’utente vuole e si aspetta. Che è credo la definizione opposta di creatività. Ma non mi voglio soffermare troppo su questo, perché non è quello di cui stai parlando e penso tu sia anche d’accordo con me.
Girano spesso post che dicono “non voglio che l’AI faccia arte per me, voglio che lavi i piatti e gestisca le tasse” e io credo che questo sia un po’ lo spirito con cui la stai usando e se posso essere comunque contraria alle aziende che producono questi servizi, personalmente non mi sento di allargare il sentimento a chi questi servizi li usa con uno spirito di supporto alle attività giornaliere. Non mi piacciono, penso presentino un serio rischio di delegazione del pensiero critico, ma questo per me porta alla scelta personale di non utilizzarle, non ad applicare la mia scelta agli altri. Non è un veto totale eh, le ho provate e può capitare che ci trovi un uso sensato una volta ogni, ma è veramente raro. Ma anche perché non vedo come potrebbero aiutarmi nelle cose che davvero mi creano problemi, per cui è facile per me evitare. Penso sia importante avere l’empatia di accettare che per un’altra persona invece possano essere realmente utili. Così come accetto che ci siano persone a cui viene imposto di usarle per lavoro e che non si posso permettere semplicemente di licenziarsi.
Va posta pressione alle aziende perché diventino più etiche e sostenibili, ma non ho una vita così perfetta da non finire nell’ ipocrisia se ne dovessi condannare gli utenti tout court.
Purtroppo i social non permettono discorsi così sfumati, e tra le schiere dei “boo le ai fanno schifo” e il culto dell’ “adapt or die”, io mi trovo decisamente nella prima categoria, anche perché il boicottaggio è una delle poche armi a nostra disposizione in un sistema capitalistico, ma mi spiace sinceramente se questo porta persone come te a provare vergogna… spero che passato il momento dell’hype in cui cercano di farcela trangugiare in ogni salsa, si arriverà ad un equilibrio meno invasivo, più sostenibile e anche il discorso online diventerà meno aggressivo ambo i lati.
Mi ritrovo molto nelle tue parole.
Faccio un grande uso dell’AI per lavoro: uso moltissimo Excel, non ho capacità di programmazione, e da quando sfrutto l’AI per rendere i miei file più efficienti ho avuto un boost incredibile in termini di produttività.
Mi aiuta con argomenti complessi come la finanza, le tasse e la burocrazia. Mi ha aiutato a scoprire errori nelle mie buste paga e mi ha dato consigli di gestione finanziaria utilissimi (e che in anni i vari consulenti o HR a cui mi sono appoggiato non sono mai riusciti a darmi)
Ho anche la passione per la scrittura, e ho sfruttato le capacità dell’AI per colmare le mie lacune in campo organizzativo. Mi aiuta a riassumere appunti e discussioni in schemi che posso salvare e consultare all’esigenza, mi aiuta nella ricerca quando mi manca qualche dettaglio, lo sfrutto per suggerimenti di stile, sinonimi, tempi verbali su cui non sono sicuro.
Probabilmente non ha in campo creativo (per il mio utilizzo) un impatto enorme, ma è innegabile che ora riesco a fare nella metà del tempo quello che prima facevo con più lentezza.
Ma, sì, nel mondo della creatività, è un morbo che se non verrà arginato farà una strage incredibile.
Anche dal punto di vista sociale, mi rendo conto che mi piace parlare con Claude. Mi sembra di essere tornato ai tempi di MSN in cui potevi iniziare a chiacchierare con uno sconosciuto e starci ore (e questo è potenzialmente qualcosa che può aiutare tantissimo un sacco di persone, ma anche creare problemi enormi).
Come ogni innovazione tecnologica degli ultimi anni, temo che servirà solo ad amplificare pregi e difetti delle persone a cui verrà messo in mano. Se si tratta di persone coscienziose (come mi sembra l’autrice di questo post) può fare del bene. Nelle mani di analfabeti funzionali, invece…
Chiudo con un consiglio: se non l’hai ancora visto, c’è in rete un pezzo di intervista di Brandon Sanderson in cui dà la sua versione sull’argomento. Puoi trovare online il video sotto “We are the art” (c’è anche l’articolo sul suo sito, The hidden cost of AI art, ma io adoro sentirlo parlare e quindi propendo per il video).