Fomo e abbuffate culturali
Riprendiamoci il potere della scelta
Immancabile come le tasse – ci avviciniamo anche a quel periodo dell’anno, sigh – maggio è, oltre che il mese del Salone Internazionale del Libro di Torino, il mese della FOMO editoriale.
Anche quest’anno la booksfera si è riempita di discussioni riconducibili a questo tema, alla paura di perdersi qualcosa o di essere esclusi da un evento importante (Fear Of Missing Out).
C’è da dire che chi ha profili social focalizzati sui libri si trova un feed monotematico per settimane, mesi: prima guide, tips, consigli, suggerimenti e polemichette iniziali; poi i contenuti creati durante il Salone; e infine i recap, i book haul, le somme tirate da content creator, autori, editori… E se non si può partecipare, per un motivo o per l’altro, comprensibilmente si possono sviluppare emozioni negative a riguardo: insomma, la sensazione è che tutti siano alla stessa festa a divertirsi tranne te.
Dall’altro, i post sembrano assomigliarsi un po’ tutti, i consigli di portarsi la borraccia vuota hanno un po’ sfracassato gli zebedei e le foto davanti alla torre di libri come dire… ancora? Quindi non solo tutti sono alla stessa festa, ma sembrano così impegnati a mostrarsi divertiti da risultare performativi. Il che genera altre emozioni negative: l’invidia e la certezza che “ah, se ci fossi andato io avrei vissuto un’esperienza molto più vera”, che spesso portano a post proprio da volpe con l’uva ancora acerba, o peggio: alla scoperta dell’acqua calda.
Due riflessioni prima di cominciare:
Il Salone è un evento capitalista? Sì. È abbastanza ingenuo pensare che la più grande fiera mercato del settore, un evento di fatto B2C (business to customer), con relativamente poco spazio alle contrattazioni B2B (business to business – Torino ha l’area business ma non è Bologna e sicuramente non è né Londra né Francoforte, per la compravendita di diritti) possa essere altro. Gli editori ci vanno per vendere e per incrociare pubblico non fidelizzato, c’è poco da dire a riguardo, e per esserci comprano spazi (a caro prezzo) e slot delle sale per le presentazioni. Questo non vuol dire che non ci possa essere spazio per le relazioni umane, per incontrare amici e per il piacere di sentire quell’autore tanto amato e, perché no, riuscire a ottenere un autografo e una foto insieme.
Posso andare al Salone senza organizzarmi prima? Certo, ma in un contesto così grande e affollato andare all’avventura può essere un’esperienza molto pesante. Dal sapere che con il biglietto ordinario non si può uscire per comprare cibo più economico di quello proposto nel Salone alla possibilità di riservare un posto alle presentazioni di proprio interesse, ci sono moltissimi aspetti che fanno la differenza tra una splendida giornata al Salone e una passata in coda senza ottenere nulla, mangiando un toast poco gustoso a modici 9,00€ dopo aver abbandonato il deodorante (se non direttamente un frullatore1) all’ingresso.
La FOMO di chi al Salone non ci può andare…
È un privilegio andare al Salone del Libro? È una parola che sinceramente non mi piace molto, perché credo porti ad affrontare la questione in maniera moraleggiante e davvero tranchant. Per partecipare a un evento così grande – ma a qualunque evento in generale, del resto – è necessario fare i conti con la propria realtà e le risorse a disposizione. Non si tratta solo di soldi, ma di variabili con cui dobbiamo confrontarci, ciascuno di noi, in ogni situazione e in ogni momento della vita: tempo, salute, lavoro, tanto per citarne tre fondamentali.
Se ho un lavoro da dipendente, posso prendermi le ferie? Se sono un freelance, a quanti giorni di lavoro posso rinunciare? Di quanto posso ritardare i progetti che sto seguendo, posticipando di conseguenza anche le fatture di saldo? Com’è il mio stato di salute? Mi permette di stare in piedi e camminare a lungo in un ambiente caotico, molto caldo e affollato? Dove posso dormire? Mi posso permettere la trasferta?
Sono tutte domande legittime e se la risposta è “no” anche a una sola di esse non c’è da vergognarsi. Possono essere questioni anche a livelli più organizzativi, del tipo “nelle settimane prima del Salone, mi posso prendere una pausa dal lavoro intorno alle 12:00 per prenotare quell’evento richiestissimo a cui proprio sento di non poter rinunciare?”, ma anche calcolare eventuali imprevisti come lo sciopero dei treni avvenuto l’ultimo giorno di Salone quest’anno: “se i treni per tornare a casa saltano, mi posso permettere una notte in più fuori, economicamente e lavorativamente?”.
Ciò detto, cosa si può fare se bisogna saltare il Salone per un motivo qualunque? Prima di tutto, respirare, perché non succede niente. Si può valutare se cogliere l’occasione per fare una settimana detox da Instagram e TikTok, se risulta difficile vedere i contenuti in merito senza stare male (o forse anche più di una, considerando quello che dicevamo prima).
E se io al Salone ci posso andare, mi devo sentire in colpa per il mio privilegio?
Allo stesso modo, però, non c’è da vergognarsi se invece ci si trova nelle condizioni per poter partecipare a un grande evento. È una somma di circostanze favorevoli, a volte create e a volte “meritate”. Se penso a me stessa, difficilmente potrei permettermi di stare a Torino per sette giorni, se un’amica non mi ospitasse a casa sua. Allo stesso tempo, quest’anno ho fatto valere alcuni privilegi (il ✨pass del parcheggio✨ che sarà incorniciato a breve, per dire) grazie a un avanzamento professionale per il quale ho veramente sudato sette camicie.
La mia scelta di lavorare come libera professionista mi concede una certa autonomia nell’organizzare il mio lavoro, d’altro canto mi lascia fino all’ultimo incerta sul budget a mia disposizione (e le tasse a giugno incombono), sapendo quindi che magari dovrò contenere le spese nelle settimane intorno al Salone per bilanciare. La mia salute è buona e grazie all’allenamento continuativo quest’anno non ho neanche sentito particolarmente dolore alle gambe o ai piedi. È un puzzle complesso, come del resto lo è ogni singola persona, e gridare al privilegio può essere un po’ riduttivo.2
Anche perché, sempre stando alla mia esperienza, ho scelto di tagliare su altri eventi sia a tema libri che comics. Anch’io vorrei andare ovunque, fare tutto, essere a ogni evento: mi basta guardare i calendari degli eventi culturali nella mia città, Genova, e dovrei dividermi in tre, almeno, per riuscire a seguire tutto quello che vorrei.
E non ho cominciato a frequentare il Salone facendo i cinque giorni: le mie prime esperienze da adolescente sono state visite in giornata nel weekend, arrivando in treno a Torino Lingotto – quando ancora manco era finita la passerella sopraelevata, l’Oval non esisteva e il sottopasso per il collegamento rapido dalla stazione era un sogno: L’AUTOBUS PRENDEVAMO, PER FARE IL GIRO DEL CENTRO FIERE – con magari 50,00€ massimi da poter spendere in tutta la giornata cibo compreso.
Secondo me il mondo più sano di approcciarsi al Salone è quello del work in progress continuo, anche perché ogni anno non è detto che il tema piaccia, che gli eventi interessino, che tutti gli editori di riferimento ci siano… non è necessariamente detto che la prima partecipazione (o la seconda, o anche la terza) debba essere per forza di cinque giorni. Secondo me oltre che dalla FOMO bisogna un po’ liberarsi dalla modalità del “tutto e subito”, “tutto qui e ora”, “se non vado cinque giorni non vale”. E quindi fra le variabili a cui accennavo prima, dobbiamo aggiungere anche le proprie emozioni: è meglio saltare del tutto e pianificare già per l’anno prossimo, o tentare la toccata e fuga furibonda, se proprio l’idea di saltare è intollerabile?
Vale anche per i professionisti: è (ancora) il momento di andare al Salone?
Tutto ciò secondo me diventa ancora più vero se si paga, e non poco, per partecipare: che si sia editori o autori self, in particolare (però il discorso può valere anche per i content creator)… È giusto chiedersi se si sia pronti per partecipare (pagando) a un evento così grande. È un investimento sensato *in questo momento specifico* della mia carriera/azienda? Saprò tirarne fuori il massimo risultato, o andare in pari? O rischio di crearmi un buco economico (e di salute, e di lavoro arretrato) pericoloso?
Anche in questo caso, non ci sono risposte giuste e non c’è da sentirsi in difetto se la risposta è no. Abbiamo visto al Salone quest’anno piccole case editrici e self lavorare molto bene, grazie all’hype e all’attenzione che si sono creati nei mesi precedenti all’evento. È necessaria anche in questo caso una buona riflessione e una pianificazione importante (torna la parola pianificazione, notato? Perché nessuno obbliga a farlo, ma casualmente quando lo si fa le cose vanno meglio) per non contare sulla sola speranza di riuscire a fermare tanti sconosciuti per motivi misteriosi. Magari dedicare un anno o due a farsi le ossa in fiere più piccole, così da trarre poi i massimi benefici nella zona incubatore del Salone (a prezzi ridotti ma comunque importanti, per una piccola CE). Stessa cosa per i self: passare la selezione, pagare e poi vivere cinque giorni di fiera con l’angoscia perché non si sa come fermare le persone è davvero la strategia migliore?
Questo vale anche per i content creator, anche se non hanno costi per lo stand: per coprire un evento con tanta concorrenza bisogna avere idee originali (e non solo copiare i trend o le idee degli altri3: quest’anno ha spopolato l’audio del film Hook “non cercare di fermarmi, Spugna [...] fermami, Spugna” e ho finito per odiarlo) o una voce che permetta di distinguersi.
Allora perché non fare pratica con eventi più piccoli e meno coperti? Potrebbe essere un modo anche per creare collaborazioni di valore, magari con iniziative che rientrano nel grande ombrello organizzativo del Salone del Libro, no?
La cassetta dei suggerimenti
Partiamo dal budget: quanto ti serve per partecipare al Salone dell’anno prossimo? Se non lo sai, abbiamo lo strumento per te!
Se sei un editore o un autore self, hai un business plan per calcolare le spese e il tempo necessario perché la tua partecipazione ti porti profitto?
Ragiona su di te: quali sono le principali variabili che devi considerare (ferie da chiedere, questioni di salute fisica o mentale, problemi alimentari particolari) nella tua pianificazione?
Sai che su molte piattaforme di prenotazione alloggi puoi fermare già oggi una camera o un appartamento per l’anno prossimo senza dover pagare adesso e con la possibilità di cancellare fino a pochi giorni prima della prenotazione?
E se non puoi partecipare…
Ci sono eventi dedicati ai libri più vicini a te o più sostenibili del Salone del libro (per esempio, le iniziative che aderiscono quest’anno al progetto “Luci sui festival”), che puoi usare per fare esperienza e far crescere la tua presenza online?
In ogni caso, evita di fare contenuti che ti facciano sembrare la volpe di Esopo: magari raccoglierai un po’ di consenso da altri in preda alla FOMO come te, però in generale potresti dare un’immagine di te non proprio positiva.
… e quella di chi invece al Salone c’è andato: rompere il ciclo delle abbuffate culturali
Anche essere in presenza al Salone non tutela dalla FOMO, anzi: ci si trova in uno spazio limitato bombardati da stimoli. L’ho sperimentato in prima persona: la domenica, tra una presentazione e un giro per gli stand, mi ha preso una malinconia pesante nel realizzare che non avrei potuto avere “tutto”. Né seguire tutti gli incontri che mi interessavano (sono ancora un po’ triste per aver dimenticato di prenotare Bianca Pitzorno, lo ammetto), né tutti i libri e riviste culturali che vorrei leggere.
Mentre iniziavo ad annaspare in questa tristezza, però, mi sono resa conto che non era solo un problema di organizzazione per gli eventi o di soldi: ci sono altre risorse limitate di cui tenere conto. Da un lato, lo spazio in casa, ma dall’altro – soprattutto! – il tempo.
Neanche se domani vincessi quella lotteria per cui ti versano “lo stipendio” tutti i mesi per vent’anni e potessi dedicarmi solo alla lettura, riuscirei a esaurire la mia TBR.
Anche perché nel frattempo ogni anno uscirebbero almeno altri 85.000 nuovi titoli… e non vorrei neanche ridurre la lettura a una corsa insostenibile a consumare più libri possibili.
Questa consapevolezza razionale non mi ha impedito, scartabellando i libri allo stand di un editore che amo molto, di sentirmi davvero sopraffatta. Cosa prendo? Cosa scelgo? Cosa compro? Sono momenti in cui un po’ invidio chi è monotematico nelle letture – anche se immagino che nemmeno questo metta al sicuro da una scelta troppo vasta – perché anche decidere a cosa dedicarmi a volte mi crea problemi: scelgo il romanzo leggerino che mi fa stare bene, quello di bianca un po’ più peso, la graphic novel? Oppure il saggio su quell’argomento a cui tengo molto, o qualcosa ancora di “professionalizzante”?
È un problema da primo, primissimo mondo? Ma ovvio che sì.
Sono molto grata che il mio “dramma” sia quanto budget posso spendere al Salone del Libro prima delle prossime fatture, ci mancherebbe. Tuttavia questa consapevolezza, nell’esatto momento che ti assale l’ansia, non è per niente d’aiuto.
Se la passione diventa compulsione e riporta nei meccanismi più tossici
Ho iniziato a pensare a questo meccanismo come a una “abbuffata culturale” nei giorni successivi al rientro da Torino, quando (grazie alla mia psic) ho realizzato che ho spostato, o allargato, il mio disturbo del comportamento alimentare dal cibo ad altre cose, quelle che in teoria dovrebbero farmi stare bene, questo anche fuori dal Salone. Invece di scegliere un’attività che mi faccia staccare dal lavoro e mi rilassi, devo apparentemente infilarne almeno tre in un singolo pomeriggio con tempi di spostamento ridicoli. Come andrà mai a finire? Male.
E invece di scegliere il prossimo libro da leggere, spesso sento il bisogno di prenderne cinque in biblioteca, comprarne qualcun altro (magari le offerte lampo online) e poi magari maxare i prestiti su MLOL, che sembra uno spreco lasciarli lì.
Non mi sorprende trovarmi, sempre più spesso, esausta alla sera, con cinque o sei libri in lettura e una confusione mentale in cui non so più quale personaggio appartiene a quale storia. Con l’ansia per i prestiti che si avvicinano alla scadenza e per decine di sfide di lettura che in teoria mi dovrebbero aiutare a “smaltire” i titoli che ho in sospeso da tempo, mentre spesso diventano dei motivi per non leggere. Peraltro, sapete a cosa contribuisce tutto ciò? Se avete risposto “a ricadere nel loop delle abbuffate compulsive di cibo”, avete indovinato.
E questa è la mia normalità: figuriamoci quando mi trovo in un luogo come il Salone: deciiiiiine di editori difficili da incrociare altrimenti e di proposte accattivanti. Deciiiiiine di presentazioni che vorrei seguire e magari, quando sono al mio posto e l’autore che non vedevo l’ora di ascoltare, passo quell’ora sui social o sul sito della fiera pianificando il prossimo evento. Alla fine, non è atipico che in una giornata mi passi tutta la magia del Salone, malgrado mesi di attesa e la gioia sincera di aver rivisto tanti amici e stretto nuove conoscenze.
Quali sono gli strumenti per combattere questo sistema?
Innanzitutto, anche in questo caso, serve ricordarsi che l’edizione 2026 non è l’ultimo Salone del Libro né la fine del mondo. È la prima consapevolezza per uscire dal meccanismo “tutto e subito” o dall’idea che non ci sarà un’altra occasione
Quest’anno, due pensieri mi hanno aiutato: “ok, però poi me li devo riportare a casa in treno, tutti ‘sti libri” e “ho zero spazio in caso”. Pro tip: avere in programma di andare a convivere a breve e di dover condividere quel poco spazio ancora a disposizione è un ottimo deterrente allo shopping impulsivo!
Al di là delle contingenze schiena&scaffali, mi sono anche chiesta: “ok, tra tutti questi libri, quanti ne posso recuperare in biblioteca (fisica e digitale)? Di quanti ho effettivamente *bisogno* adesso? Quanti ne possono leggere – oltre a quelli già programmati – nel prossimo futuro?”
Forse è una riflessione che dovremmo fare più spesso. Non voglio giudicare le pile di libri in casa in attesa: ne ho diverse anche io proprio adesso, oltre alle decine di ebook (che per me formano un totale di 250 titoli disponibili e ancora non letti). Dopotutto, collezionare libri non coincide con l’hobby di leggerli, e in questo Umberto Eco è sempre un faro di consolazione per tutte noi.4
Però ecco…
Questo significa che dopo questo Salone smetterò di comprare? Ahahaha, per carità; però… vorrei darmi una calmata, perché se il piacere di impilare i libri supera quello di leggerli, credo di essere andata un pochino oltre. Sanno essere dei bellissimi complementi d’arredo, ma in fondo (quasi tutti) li ho scelti perché mi interessava il loro contenuto.
Per esempio, per contenere in altri settori il mio bisogno di shopping sull’onda emotiva ho adottato qualche mese fa un meccanismo che mi ha aiutato molto a contenermi: scrivere le cose che volevo e metterle in una bustina nel mio bullet journal; se dopo un certo periodo di tempo, riguardando i bigliettini, sentivo ancora il bisogno di comprare quella cosa, valutare l’acquisto o usarlo come bonus dopo aver completato un lavoro o dopo essermi tolta una cosa rognosa dalla to do list.
Questo avrebbe però uno svantaggio: non vorrei continuare ad aggiungere titoli sulla mia TBR di Goodreads, per poi trovarmi tra qualche anno a domandarmi perché diavolo ci fosse quel volume, cosa mai mi avesse interessato. Non so se aprire l’ennesima lista “libri che vorrei leggere”, o se aggiungere su GR le note private su cosa mi intrigato sul momento. Potrebbe essere utile? Ecco, se avete idee qua, sono tutta orecchie.
Per il Salone, la mia regola di base è cercare di non comprare libri di grandi gruppi editoriali salvo occasioni particolari (per esempio, un’amica che pubblica con Gribaudo e può fare l’autografo), o editori che regalano cose, e piuttosto cercare di scegliere per lo più editori che non conosco e/o che è difficile recuperare se non dall’e-commerce del loro sito. In questo, devo dire che il mio bottino ha abbastanza rispettato le premesse.
In generale, ognuno si può dare delle regole in cui è “a suo agio ma non troppo”, cucite sulle proprie necessità e debolezze. Conosco chi è salita al Salone con una lista della spesa ben definita ed è rimasta sul piano originario (la mia stima, tra parentesi); questo per me non funzionerebbe, perché a me piace proprio andare e scoprire stand che non conosco. Però credo che anche in questo caso serva essere onesti con se stessi: cosa ci triggera, cosa ci porta a comprare e, soprattutto, quanto ci sentiamo in colpa dopo, una volta passata la botta di dopamina dall’aver strisciato la carta?
La stessa cosa vale per eventi e presentazioni: che senso ha iscriversi a cento appuntamenti, se poi non si sta a sentire il contenuto? Quanto posso stare senza scrollare il telefono? E che senso ha crearsi un programma irrealistico per quantità di impegni, distanze da percorrere e tempo inesistente tra un evento e l’altro?
Penso che per l’anno prossimo mi farò non tanto la lista della spesa quanto una “bucket list”, una lista dei desideri. Per esempio, quest’anno mi è dispiaciuto non essere salita in Pista 500, complice anche il meteo senza senso. Cercherò l’anno prossimo di non farmela mancare, perché nel 2025 mi era piaciuta tantissimo l’esperienza.
Però, alla fine, anche l’idea di un Salone da vivere come una esperienza e non come una lista di caselle da smarcare non mi dispiace.
La cassetta dei suggerimenti
Una buona organizzazione sensata e, anche qui, consapevole delle proprie variabili dovrebbe aiutare a contenere l’abbuffata culturale e la FOMO
Quanto spesso ti capita di fare un’abbuffata culturale? Che emozioni te la scatenano di solito?
Fai un esperimento: scrivi una lista degli ultimi dieci titoli che avresti voluto comprare e non la guardare per una decina di giorni o due settimane. Passato questo tempo, la tua voglia di avere questi libri è altrettanto intensa?
Biblioteche digitali e fisiche e librerie dell’usato sono buoni strumenti per contenere le spese, tu ne utilizzi?
La FOMO è un sentimento capitalistico
Una cosa che mi ha lasciata sorpresa dei tanti riferimenti alla “FOMO da Salone” è quanto sia facile vedere il Salone del Libro come evento capitalista (magari allibendo mentre lo si realizza), ma l’incapacità di vedere quanto anche la FOMO sia un costrutto capitalistico.
I social che la alimentano sono tra gli strumenti più beceri e forti del capitalismo odierno – dovremmo sempre ricordarci che quando scrolliamo e mettiamo like e commenti, stiamo di fatto lavorando gratuitamente per far guadagnare una piattaforma – e contribuiscono tantissimo alla nostra ansia.
Ma anche l’abbuffata culturale è una forma di oppressione capitalista che richiama un po’ i signori di grigi di Momo: dobbiamo avere più cose (comprare più libri – comprare, non leggere – partecipare a più eventi, collezionare più autografi e così via) e dobbiamo correre, correre, correre perché il tempo non è mai abbastanza.
Farci rubare il tempo, instillare in noi ansie e frustrazioni che probabilmente ci porteranno a comprare di più per compensare. Insomma, la FOMO è una gran fregatura ed è una delle massime espressioni del capitalismo. E lo fa in una maniera subdola, perché ci incattivisce, ci fa sentire inadeguati, ci fa invidiare o detestare chi può partecipare a più eventi di noi o può comprare più libri (magari facendoci ignorare anche quella persona vive le stesse insicurezze).
Ma poi: “dobbiamo”… perché?
Riprendiamoci la scelta
La cura, io credo, sia riprenderci la bellezza della scelta. Che non deve essere vista come una rinuncia negativa, ma un modo di valorizzare le cose che abbiamo davvero potere di goderci. Non so se questo obiettivo rientri nella definizione di JOMO (Joy of Missing Out), che onestamente mi sembra solo una definizione che si oppone a quella di FOMO ma che scivola nello stesso problema: non essere una scelta, bensì una “posa”.
Penso che la chiave non sia rinunciare a tutto, ma fare delle scelte consapevoli, in base a quelle variabili che ho nominato prima, e non torturarci col dubbio “e se avessi scelto diversamente?”. Poi sì, potremo sempre farci fregare dall’evento che sulla carta sembrava fantastico o dal libro che non rispecchia le promesse della quarta di copertina. Continuerà a succedere. Ma l’importante è che non smettiamo di scegliere.
Anche perché il capitalismo non finirà domani – e non è detto che il sistema sostitutivo, nel caso, sarebbe migliore – e dovremo continuare a viverci dentro, sia che siamo lettori, autori, editori… da lettori, però, possiamo scegliere su quali autori e quali editori investire e contribuire a far sì che il loro lavoro continui a essere sostenibile. Scegliendo buone pratiche laddove è possibile, cercando magari di avere delle abitudini di acquisto variegate… perché, malgrado l’editore abbia ragione nel dire che con la vendita diretta evita di lasciare una grossa parte del prezzo di copertina alla distribuzione, hanno anche ragione le librerie del territorio, le quali svolgono ruolo di importante presidio sociale.
Non c’è la ricetta giusta, neanche in questo caso, se non essere consapevoli dell’uso che facciamo delle nostre risorse, economiche e non, e di come scegliamo di vivere le nostre passioni, possibilmente senza paure e senza ansie.
Spero che questa riflessione possa essere di aiuto e non suonare troppo paternalista. Io non ho certo tutte le risposte (anzi!) e sto lavorando per tenere sotto controllo le mie ansie e i miei meccanismi tossici… però credo sinceramente che se ci riprendessimo un pochino di controllo e di consapevolezza, ci aiuterebbe a ritrovare la magia del Salone e, più in generale, della nostra passione per la lettura.
Ecco.
Dato che stiamo parlando di becero capitalismo e di ingrassare le piattaforme, noi questo mese abbiamo (per l’appunto) parlato soprattutto del Salone: trovate il reportage sul blog, il book haul e un po’ di fotine belle (se vi interessa vedere i nostri faccini) su Instagram.
La caccia al tesoro sembra sia piaciuta, nonostante il down di Internet ci abbia colpite il sabato; invece di adagiarci sugli allori, stiamo già lavorando alla prossima edizione.
… Che non sarà al Salone5, ma a un’altra importante fiera editoriale 😎
Prossimamente torneremo con recensioni, live, articoli generali, quindi se sei fra le persone che si son rotte del SalTo, stay tuned: finalmente maggio è finito.
Nel mentre, domandona: se facessimo qualche live molto scialla e amichevole per parlare di noi, dei progetti, dei dietro le quinte, che dite? Vi incuriosice?
È che c’è ‘sto trend ma non capiamo se davvero alla gente interessa o meno D: aiutateci!
Cose belle sul web
Nel frattempo ci sono amiketty (e non) che hanno fatto cose belle:
FOMO e social si alimentano, così approfittare del tema del nostro pezzo per consigliarvi questo pare una buona idea:
Dracones e Spirito Libero edizioni hanno annunciato una call interessante. È riservata alle persone associate – ma sappiate che, se avete mai acquistato un corso su UP Academy, avete diritto al 10% di sconto sulla quota associativa! In effetti, ce l’avete anche se avete un abbonamento su CataList. Cos’è CataList, dite?
CataList è uno strumento per autorə che ci sta dando tante soddisfazioni, e stiamo cercando di capirne le potenzialità per chi legge ebbasta (ci siamo, io lo sooooo), quindi se vi va di darci un occhio e pasticciare e/o condividerlo con amicy, è gratis (per chi legge, per chi ci vorrebbe lavorare ci sono i vari piani).
A proposito di UP Academy, il 30 giugno scade l’early bird sui nostri corsi: ce ne sono due sull’editing, uno di scrittura - in collaborazione con due agenti letterari -e uno di grammatica. Partono tutti a settembre. Dateci un occhio!
È USCITA LA SERIE DI ZEROCALCARE, LA GUARDIAMO ASSIEME?! Perché sicuro piangeremo anche a questo giro, ma proprio 100%
Dimenticheremo mai l’eroə a cui venne sequestrato un frullatore all’ingresso, nel 2018? No. Se mai leggessi queste righe, nostrə eroə, palesati!
E anche offensivo, a volte.
Vi fissiamo, sappiatelo.
È sciocco pensare di dover leggere tutti i libri che compri, come è sciocco criticare chi compra più libri di quanti ne potrà mai leggere.
Però tornerà anche al Salone 2027, non temete.



Il mero concetto che qualcuno possa essere considerato PRIVILEGIATO per il poter visitare il salone da lettore per me è da fuori di brocca