Il privilegio di lavorare gratis
Ho una domanda che mi pesa addosso da parecchio tempo.
Persino da prima che gli articoli di Caruso o di Kants Exhibition mi aiutassero a dargli dei confini, prima che il post di Bazzi risvegliasse in molti una (momentanea) coscienza di classe e una riflessione sul valore del lavoro culturale, da prima che ne scrivessi — e col senno di poi, nella confusione di quell’articolo leggo la confusione che alberga in me ancora adesso su questo tema.
E questo peso si è concretizzato qualche giorno fa davanti al post di una editrice che mi ha provocato reazioni contrapposte.
Da un lato, ogni volta che leggo qualcuno rivendicare il diritto di non condividere ciò che sa, di non tendere una mano, provo una resistenza. Mi sembra sbagliato.
Dall’altro lato, so visceralmente quanto abbia ragione. La frustrazione di sapere le cose, ma risultare una voce fra tante; la consapevolezza della fatica e del costo pagato (in denaro e sudore) per ottenere una competenza che, di volta in volta, viene pretesa gratuitamente da altri, e allo stesso tempo sminuita proprio perché gratuitamente data. A questo punto, si pensa, mi sbatto solo per chi almeno mi paga.
Ecco il nodo: la gratuità.
In un settore povero1 come quello dell’editoria, la gratuità è una necessità, un aiuto o un danno?
Non è una domanda astratta, perché mi riguarda personalmente.
Io da anni faccio “volontariato in ambito editoriale” — che sia nell’associazione che organizza la Rassegna della Microeditoria, su Ultima Pagina facendo informazione editoriale, su Scrittori & Lettori Fantasy…
Perfino questa riflessione è all’interno di uno spazio gestito gratuitamente anche da altre persone, e non si può nemmeno parlare di ego o vanità, perché dubito la signora Berlusconi o la signora Carra sentiranno mai parlare di noi, o che le folle ci conosceranno.
Ma, ecco: io faccio del bene, al settore che amo? O sono parte del problema di sfruttamento che lo attanaglia?
Perché già questa frase, “faccio volontariato in ambito editoriale” suona sbagliata, come suonerebbe se dicessi “volontariato in ambito edilizio” o nella ristorazione. Quando sentiamo di gente che lavora non pagata in questi settori, parliamo di sfruttamento e schiavitù.
Nella cultura, no. Ed è sbagliato.
Non è nemmeno questione di “si può fare solo così”, perché altrove tante delle gratuità date per scontate in Italia non sono tali (in Germania le presentazioni di libri sono poche, perché si pagano ospiti e relatori; in Francia se inviti un autore a una fiera è buona norma coprire per lo meno vitto e alloggio, come mi raccontava un amico editore d’oltralpe, sorpreso che qua non fosse così).
Allora perché vado avanti?
Chi gode di un benessere anche solo relativo può fallire. Gli altri no.
Forse in questa frase ho individuato un perché.
Io ho trovato presto (che poi “presto” è sempre nella relatività dell’Italia, per cui a 25 anni sei un moccioso) un lavoro stabile e una sufficiente indipendenza economica che mi permettono di tenere “quel mondo” per la sussistenza e di poter accettare in ambito editoriale dinamiche che altrove chiamerei senza esitazione sfruttamento.
Posso permettermelo. È un privilegio.
Per riprendere una frase della Caruso, ho sempre avuto la libertà di perdere.
E, se devo essere onesta, non ne ho nemmeno approfittato appieno.
Che poi il punto non è rivendicare il diritto di fare quello che faccio, ma chiedermi se sia opportuno farlo, e a quale prezzo, non solo per me.
Ok, mi rendo anche conto che parlo di privilegio come se non fossi un’impiegatuccia di provincia che scrive su blog gratuiti, ma una voce prestigiosa dell’intellighenzia italiana. Non lo sono, non cambio destini editoriali né sposto numeri.
Ma essere Gaia Facchetti o Loredana Lipperini fa davvero questa gran differenza?
Il privilegio ha molte facce e io non credo serva poi così tanto potere perché una scelta individuale abbia conseguenze collettive: basta essere una gocciolina, che in mezzo a tante goccioline normalizza un sistema.
Non ho il privilegio di una posizione prestigiosa e guadagnata in anni di lavoro, ma ho quello, forse maggiore, di non avere l’urgenza di monetizzare la mia competenza. Posso rimanere in questo limbo, sulla soglia, senza rischiare il tutto e per tutto per lavorare davvero nell’editoria e solo di quello. Potrebbe non sembrare un granché, ma quando vedi amici e amiche rischiare relazioni e salute mentale per la precarietà di voler vivere di quello che amano e non odiarsi otto ore al giorno… la prospettiva cambia.
Vivere come un hobby quello che per altri è il sogno di un lavoro con cui non riescono a mantenersi diventa una colpa. O, per lo meno, una frizione dentro che non riesco sempre a ignorare.
Allora perché vado avanti?
Perché amo i libri. Leggerli (anche se sempre troppo poco) e parlarne. No, scriverli no2.
Ho anche io il mio sogno editoriale nel cassetto, ma resta ben chiuso perché temo di mancare dell’ambizione (e di coraggio, fede, testardaggine e resistenza al dolore) per tentarlo. Ogni tanto lo guardo, lo spolvero, lo rimetto giù.
Resto con un piede di qua dalla porta.
Mi dico che in passato con gratuità ho ricevuto, e sono convinta sia un mio dovere restituire una parte di quanto è stato dato a me. Ma soprattutto che… l’arte, nella sua accezione più ampia, deve essere accessibile. Come dice il professor Keating, l’ingegneria, la medicina, tutte cose nobili, necessarie per il nostro sostentamento, ma senza la poesia perché le facciamo? E senza ricevere indicazioni nei momenti di dubbio, senza un esempio davanti, chi si avvicinerà all’arte? Se non ci sono luoghi e persone affidabili e sicure che permettano, senza spesa, a chi è più giovane o inesperto di iniziare a curiosare, dove andiamo? Senza facilità d’accesso non esiste futuro.
Non so dove sia l’equilibrio, dove si passi da aiuto a sfruttamento.
Spesso leggo che le realtà pro bono van bene che siano gratuite, e tutte quelle di cui faccio parte di fatto lo sono; sono le grandi strutture che non dovrebbero esserlo e invece approfittano del sistema per accumulare guadagno senza distribuirlo.
… ma se fossi d’accordo al 100% con questa visione, non sentirei il peso che ho addosso.
Anche se non sto togliendo il lavoro a nessuno in modo diretto, so che potenzialmente contribuisco a impoverire il settore: una risposta disinteressata può evitare una consulenza a pagamento; una guida gratuita può sostituire un corso, nella percezione di chi la trova...
O forse no? Magari sono l’equivalente della pirateria e occupo una nicchia che non incide davvero sul settore, perché chi pirata non pagherebbe quel contenuto comunque?
L’unica cosa che so è che non credo riuscirò mai a rispondere a una domanda con “Se vuoi questa risposta pagami”. Non so nemmeno se sia una posizione etica o una forma demenziale di sindrome dell’impostore, non sono in grado di indagare così a fondo.
Però, sul negare qualsiasi forma di gratuità e volontariato, mi chiedo: se mettiamo ostacoli alla cultura e trinceriamo l’informazione subordinandola sempre a un pagamento, se quel poco di gratuito che viene dato è un’esca pubblicitaria svuotata di senso… quello è fare del bene? Dove mettete voi il confine, se lo mettete?
Ci sono tante domande e normalmente nella conclusione dovrei dare delle risposte, o almeno una conclusione chiara con una frase saggia. Questo testo resta in sospeso, perché da sola non ho una conclusione onesta né saggezza da offrire.
E adesso, qualche riga di pubblica utilità.
In primis, salve! Moltissime e moltissimi di voi hanno iniziato a seguire questo profilo quando ancora non avevamo inquadrato bene come utilizzarlo.
Abbiam deciso di approfittarne: qua troverete i “dietro le quinte”, gli sfoghi più personali, cose che speriamo creino un dialogo fra noi e voi: la comunità di Substack al momento sembra meravigliosa e speriamo questo senso di oasi duri a lungo.
Su cosa sia Ultima Pagina, vi rimando alla pagina del “chi siamo”.
La parte più istituzionale, diciamo, quella di informazione editoriale nuda e cruda resta sul nostro blog. Nelle ultime settimane abbiamo pubblicato una riflessione su scrittura e IA che parte da un corso recentemente lanciato sul mercato; e un’altra (mia!) su come l’andazzo delle querele temerarie italiano e internazionale non mi dia belle sensazioni per la libertà di stampa e di espressione.
Inutile dire che trovarmi a difendere un Golia dell’editoria da un Golia della politica mi ha lasciato un po’ di amaro in bocca, ma direi che siamo in tempi strani e cose strane ci tocca fare.
Nel post ci sono già linkati alcuni altri blog che vi suggerisco di seguire, perché hanno sempre spunti interessanti — anche se raramente mi trovo d’accordo con Kants o Eleonora. Per restare in tema di povertà editoriale, c’è l’intervista a Silvia Costantino di effequ pubblicata su Alley Oop, anche se io preferisco quella che le abbiamo fatto noi in diretta, nonostante i bloopers.
Una cosa che esula (lo fa davvero?) ma mi sento fortissimamente di suggerire è il racconto “Professionisti del niente” che trovate gratis (!) su Malgrado le mosche.
Lo leggo e lo rileggo e cerco di non farlo risuonare così tanto dentro da far male.
Spero faccia un po’ male anche a voi: i racconti migliori lo fanno.
Che poi, povero mica tanto. I dati dicono che nel 2024 il fatturato del settore editoriale è stato di 3,2 miliardi. Sarebbe più corretto dire “colpito da un’estrema asimmetria interna” con poche grandi aziende che ammassano e una miriade di piccoli operatori, in equilibrio precario, dove il capitale è iniquo e mal distribuito; ma poi perderei il focus del pezzo.
Ho sempre spergiurato che non avrei mai pubblicato nulla al di fuori degli archivi di fanfiction o di giochetti online. Ma dopo questa frase, temo l’effetto gufata, magari picchio la testa e cambio idea. Se accade, deridetemi pure per la pagliaccia che sono, fate bene.




Grazie per la citazione! Dirò una giga mega imbarazzante banalità: dipende da caso a caso. Se la realtà per cui facciamo beneficienza fatturi o meno è sicuramente un buono spartiacque, ma ci sta che non sia l'unico. Il settore culturale è povero rispetto ad altri (anche se non in modo assoluto, come qualcuno vorrebbe far credere) ma è anche particolarmente complesso per tante ragioni, quindi no, non penso che fare cose gratis sia "parte del problema" a prescindere. Dipende da quali, quante, quando, per chi sono quelle cose, e a che scopo. O almeno, questo è quello che penso io.
Grazie di aver scritto quello che da un po' mi gironzola nella mente, domande comprese, anche se ancora non abbiamo le risposte. Sono anch'io una privilegiata in fondo, ho un altro lavoro, che ho pure cambiato (con stipendio inferiore) per avere più tempo per leggere e scrivere, pensa che sciroccata! Ho già fatto l'errore trent'anni fa di trasformare una passione, l'informatica, in una professione. Entusiasmo all'inizio, ora solo pesantezza. Con i libri e la scrittura non voglio fare lo stesso errore. A quarant'anni, dopo un brutto periodo di ospedali, ho aperto un blog e ho riversato lì le mie energie. Mi costa 400 euro all'anno, ma non ci sono né pubblicità né collaborazioni, che rischiano di stringerti un cappio al collo e toglierti tutta la libertà. Ce l'ho da dieci anni, con buoni risultati in letture, meno sui social (da informatico, posso dire che i social non hanno la benché minima etica con la quale è stata creata la rete internet). Prima di aprirlo ho ricevuto consigli gratuitamente, e adesso "passo il favore" quando qualcuno mi chiede consiglio. Lo scopo della rete è sempre stato questo: condividere la conoscenza, sharing is caring, senza chiederne un pagamento in cambio, certi che la condivisione è un bene per tutti. La gratuità rovina il settore editoriale? Uhm, anche le recensioni a pagamento, quelle di scambio sui social, le critiche edulcorate, i consigli troppo interessati, gli scrittori che si propongono come editor professionali, le agenzie di stampa nel sottoscala, l'editoria a pagamento quando si trucca da altro. Il blog mi costa tanto, non è un lavoro, sono decisamente in perdita. Mi dico che se fumassi spenderei di più e mi farebbe pure male. I libri no, i libri non fanno mai male, anzi. Ma proprio perché il mio blog è gratuito, non ho niente da perdere o da guadagnare e quindi sono libera in quello che ci scrivo. Forse siamo dei moderni Robin Hood, che cercano di riequilibrare, a loro modo, le disuguaglianze di questo mondo. :)