Grazie di aver scritto quello che da un po' mi gironzola nella mente, domande comprese, anche se ancora non abbiamo le risposte. Sono anch'io una privilegiata in fondo, ho un altro lavoro, che ho pure cambiato (con stipendio inferiore) per avere più tempo per leggere e scrivere, pensa che sciroccata! Ho già fatto l'errore trent'anni fa di trasformare una passione, l'informatica, in una professione. Entusiasmo all'inizio, ora solo pesantezza. Con i libri e la scrittura non voglio fare lo stesso errore. A quarant'anni, dopo un brutto periodo di ospedali, ho aperto un blog e ho riversato lì le mie energie. Mi costa 400 euro all'anno, ma non ci sono né pubblicità né collaborazioni, che rischiano di stringerti un cappio al collo e toglierti tutta la libertà. Ce l'ho da dieci anni, con buoni risultati in letture, meno sui social (da informatico, posso dire che i social non hanno la benché minima etica con la quale è stata creata la rete internet). Prima di aprirlo ho ricevuto consigli gratuitamente, e adesso "passo il favore" quando qualcuno mi chiede consiglio. Lo scopo della rete è sempre stato questo: condividere la conoscenza, sharing is caring, senza chiederne un pagamento in cambio, certi che la condivisione è un bene per tutti. La gratuità rovina il settore editoriale? Uhm, anche le recensioni a pagamento, quelle di scambio sui social, le critiche edulcorate, i consigli troppo interessati, gli scrittori che si propongono come editor professionali, le agenzie di stampa nel sottoscala, l'editoria a pagamento quando si trucca da altro. Il blog mi costa tanto, non è un lavoro, sono decisamente in perdita. Mi dico che se fumassi spenderei di più e mi farebbe pure male. I libri no, i libri non fanno mai male, anzi. Ma proprio perché il mio blog è gratuito, non ho niente da perdere o da guadagnare e quindi sono libera in quello che ci scrivo. Forse siamo dei moderni Robin Hood, che cercano di riequilibrare, a loro modo, le disuguaglianze di questo mondo. :)
La chiusa è una cosa tanto carina da far male (temo di non essere in grado di crederci, ma proviamoci lo stesso!).
Ho subodorato che "fai della tua passione un lavoro" fosse una sciocchezza in giovane età e ho sempre rifuggito ogni tentativo di "ma cucini bene, fai quello", "ma scrivi bene, fai quello"... quindi posso solo abbracciarti per essere stata così sconsiderata (sono ironica, giuro) da aver seguito la passione.
Credo sia un altro universo di cui si potrebbe parlare ore, anche quello: meglio "rovinarsi la passione" o rovinarsi il fegato con qualcosa che non si ama, ogni giorno, dai 20 ai 70 anni?
Tornando all'editoria e al gratis.
Credo... credo ce lo chiediamo in tante e tanti. Forse una risposta potrebbe essere normalizzare (che brutta parola) l'idea che spendere per una passione non sia uno spreco, che un hobby debba essere una spesa... non un investimento, non qualcosa da monetizzare. Come dici, alla fine nessuno critica chi spende in sigarette se può permettersele, perché fare le pulci a chi frequenta troppe fiere editoriali e non fa l'agente o l'editore?
Ecco.
Un abbraccione e spero la parentesi ospedali sia chiusa!
Ciao, Gaia. Prima di tutto lasciami dire che leggerti è un vero piacere perché la tua scrittura risulta limpida, articolata ma coerente, flessuosa ma solida. Ma capisco le tue resistenze editoriali e, se la mia non ti sembra una voce sabotante, le appoggio completamente.
Per tutto il resto ti rispondo per l’appunto da modestissima lettrice e fruitrice di prodotti culturali, e, assecondando una visione per nulla purista e romantica del settore, dico che sono convinta che il gratuito debba esserci e che dev’essere parte del funnel, come ormai è per l’intero mercato di beni e servizi. Bisogna avere assolutamente la visione della vendita proprio perché se non ci si può sostentare con il guadagno delle azioni culturali queste sono destinate a rimanere appannaggio di una cerchia ristretta: tanto nel godimento del bene, quanto - peggio mi sento - nella sua produzione. Molti personaggi del circuito culturale accreditato, chiamiamolo così, non guadagnano poi in termini strettamente economici in proporzione a quanto si spendono ovunque (ho in mente un paio di nomi facili che non farò perché amo la pace) ma il loro presenzialismo li pone all’interno di un sistema di potere che, nella più misera delle prospettive di ricavo, gratifica e sostiene quantomeno l’ego e magari favorisce amanti e figli.
Ciao Antonella, grazie del commento ❤️ nomini il funnel e sì, spesso il "gratis" è visto come l'antipasto prima di monetizzare le portate principali — ed è una cosa normalissima, nel senso: se ci lavori, chiaro che vuoi mantenerti col tuo lavoro.
Qua scivoliamo nel solco del dibattito che menziono all'inizio, quello che da Bazzi in poi è tornato a far riflettere sul valore (cash) del lavoro culturale ed editoriale... solo che io non mi sento in quel solco, perché non devo monetizzare. Sotto sotto non so manco se volerlo.
Poi apri pure la parentesi amichettismo e lì stendiamo un velo pietoso, forse è quello il vero male, altro che "il volontariato"!
Interessante argomento di discussione. Purtroppo sguazziamo in un mare in cui non solo l'editoria soffre della "pretesa della gratuità", ma praticamente ogni campo di lavoro. Penso che ad ogni professionista di qualunque settore, nel nostro paese, sia capitato almeno una volta di trovarsi a fronteggiare la pretesa di un amico, parente, amico di un parente (ecc ecc) che chiedeva un consiglio o una prestazione, senza pensare di doverlo pagare (l'ho fatto anche io, di chiedere all'amico medico un parere in un momento di emergenza, giustificando me stesso proprio con la scusa dell'emergenza)
La tua riflessione però mi porta ad un altro punto, che in passato mi ha fatto allontanare dal mondo dei social: in un gruppo dove, ad una richiesta, seguono consigli sbagliati, indicazioni basate sul nulla, interventi, insulti, proposte di consulenza… come si riconosce il parere autorevole?
Certo, una piccola scrematura si può fare escludendo maleducati ed arroganti, ma ci sono anche gli educati che, in buona fede, danno il consiglio sbagliato, riportano l'indicazione basata sul nulla, l'esperienza non applicabile a tutti. Il tutto in maniera totalmente credibile.
La mia conclusione è che i social non sono il posto corretto dove chiedere aiuto, e quando si è costretti a farlo, non aspettarsi che la risposta sia quella che speriamo. E da professionista, mi vedrei bene dal nuotare in quello stesso mare (anche se la presenza online pare oramai un requisito indispensabile per raggiungere i clienti)
Ma magari sono solo un pessimista troppo cinico, o un cinico troppo pessimista.
Apri un altro nodo enorme. La questione dell’autorevolezza, nei contesti gratuiti e "aperti" (ma non solo eh, ho sentito cose dette da """""professionisti""""" che...) è reale e irrisolta. Irrisolvibile?
Sicuro la gratuità abbassa le barriere d’accesso e abbassa anche i filtri; e questo rende ancora più difficile distinguere tra aiuto, rumore e danno in buona fede e questo è parte dello stesso problema di cui parlo nel testo (ecco, adesso oltre al 'ma faccio danno facendolo' avrò pure il patema del 'ma ne sono 100% iper super sicura E SE SBAGLIO?!' 🤣).
In realtà la questione dell'affidabilità io l'ho "risolta" armandomi di pazienza, prendendo tutto con sano scetticismo e facendomi negli anni una mappa di "posti e persone che non son scappate di casa". E non son mai incappata in sòle prima di imparare a navigare da sola, non so se per pura fortuna o che. E le cose le ho imparate dai proto social (blog e forum!) e poi tantissimo anche da chat con persone conosciute giocoforza sui social, che in provincia la cultura la vediamo solo così.
Sto sproloquiando? Possibile, quindi ecco: mi hai dato altro su cui riflettere, ma secondo me un filino (poco eh, non tanto) meno cinismo sui social si potrebbe avere (tranne Meta, Meta ormai è una palude)
Grazie per la citazione! Dirò una giga mega imbarazzante banalità: dipende da caso a caso. Se la realtà per cui facciamo beneficienza fatturi o meno è sicuramente un buono spartiacque, ma ci sta che non sia l'unico. Il settore culturale è povero rispetto ad altri (anche se non in modo assoluto, come qualcuno vorrebbe far credere) ma è anche particolarmente complesso per tante ragioni, quindi no, non penso che fare cose gratis sia "parte del problema" a prescindere. Dipende da quali, quante, quando, per chi sono quelle cose, e a che scopo. O almeno, questo è quello che penso io.
Ma grazie a te per lo spunto 😉 È esattamente quella zona grigia — il "dipende da quali, quante, quando, per chi e perché" — in cui anch’io mi sento, e che fatico a risolvere senza semplificare. Che poi mi accorgo che son pure seghe mentali eh, chiariamoci, ma... probabilmente resterò col dubbio un po' perché mi voglio male e che vuoi fare, goderti qualcosa?! Tsk.
E un po' perché vorrei non fosse una cosa così opaca, che ci fosse un confine "da qua in poi fai cavolate". Mi sa che ce ne si accorge sempre solo a posteriori, ah?
Grazie di aver scritto quello che da un po' mi gironzola nella mente, domande comprese, anche se ancora non abbiamo le risposte. Sono anch'io una privilegiata in fondo, ho un altro lavoro, che ho pure cambiato (con stipendio inferiore) per avere più tempo per leggere e scrivere, pensa che sciroccata! Ho già fatto l'errore trent'anni fa di trasformare una passione, l'informatica, in una professione. Entusiasmo all'inizio, ora solo pesantezza. Con i libri e la scrittura non voglio fare lo stesso errore. A quarant'anni, dopo un brutto periodo di ospedali, ho aperto un blog e ho riversato lì le mie energie. Mi costa 400 euro all'anno, ma non ci sono né pubblicità né collaborazioni, che rischiano di stringerti un cappio al collo e toglierti tutta la libertà. Ce l'ho da dieci anni, con buoni risultati in letture, meno sui social (da informatico, posso dire che i social non hanno la benché minima etica con la quale è stata creata la rete internet). Prima di aprirlo ho ricevuto consigli gratuitamente, e adesso "passo il favore" quando qualcuno mi chiede consiglio. Lo scopo della rete è sempre stato questo: condividere la conoscenza, sharing is caring, senza chiederne un pagamento in cambio, certi che la condivisione è un bene per tutti. La gratuità rovina il settore editoriale? Uhm, anche le recensioni a pagamento, quelle di scambio sui social, le critiche edulcorate, i consigli troppo interessati, gli scrittori che si propongono come editor professionali, le agenzie di stampa nel sottoscala, l'editoria a pagamento quando si trucca da altro. Il blog mi costa tanto, non è un lavoro, sono decisamente in perdita. Mi dico che se fumassi spenderei di più e mi farebbe pure male. I libri no, i libri non fanno mai male, anzi. Ma proprio perché il mio blog è gratuito, non ho niente da perdere o da guadagnare e quindi sono libera in quello che ci scrivo. Forse siamo dei moderni Robin Hood, che cercano di riequilibrare, a loro modo, le disuguaglianze di questo mondo. :)
La chiusa è una cosa tanto carina da far male (temo di non essere in grado di crederci, ma proviamoci lo stesso!).
Ho subodorato che "fai della tua passione un lavoro" fosse una sciocchezza in giovane età e ho sempre rifuggito ogni tentativo di "ma cucini bene, fai quello", "ma scrivi bene, fai quello"... quindi posso solo abbracciarti per essere stata così sconsiderata (sono ironica, giuro) da aver seguito la passione.
Credo sia un altro universo di cui si potrebbe parlare ore, anche quello: meglio "rovinarsi la passione" o rovinarsi il fegato con qualcosa che non si ama, ogni giorno, dai 20 ai 70 anni?
Tornando all'editoria e al gratis.
Credo... credo ce lo chiediamo in tante e tanti. Forse una risposta potrebbe essere normalizzare (che brutta parola) l'idea che spendere per una passione non sia uno spreco, che un hobby debba essere una spesa... non un investimento, non qualcosa da monetizzare. Come dici, alla fine nessuno critica chi spende in sigarette se può permettersele, perché fare le pulci a chi frequenta troppe fiere editoriali e non fa l'agente o l'editore?
Ecco.
Un abbraccione e spero la parentesi ospedali sia chiusa!
Ciao, Gaia. Prima di tutto lasciami dire che leggerti è un vero piacere perché la tua scrittura risulta limpida, articolata ma coerente, flessuosa ma solida. Ma capisco le tue resistenze editoriali e, se la mia non ti sembra una voce sabotante, le appoggio completamente.
Per tutto il resto ti rispondo per l’appunto da modestissima lettrice e fruitrice di prodotti culturali, e, assecondando una visione per nulla purista e romantica del settore, dico che sono convinta che il gratuito debba esserci e che dev’essere parte del funnel, come ormai è per l’intero mercato di beni e servizi. Bisogna avere assolutamente la visione della vendita proprio perché se non ci si può sostentare con il guadagno delle azioni culturali queste sono destinate a rimanere appannaggio di una cerchia ristretta: tanto nel godimento del bene, quanto - peggio mi sento - nella sua produzione. Molti personaggi del circuito culturale accreditato, chiamiamolo così, non guadagnano poi in termini strettamente economici in proporzione a quanto si spendono ovunque (ho in mente un paio di nomi facili che non farò perché amo la pace) ma il loro presenzialismo li pone all’interno di un sistema di potere che, nella più misera delle prospettive di ricavo, gratifica e sostiene quantomeno l’ego e magari favorisce amanti e figli.
Ciao Antonella, grazie del commento ❤️ nomini il funnel e sì, spesso il "gratis" è visto come l'antipasto prima di monetizzare le portate principali — ed è una cosa normalissima, nel senso: se ci lavori, chiaro che vuoi mantenerti col tuo lavoro.
Qua scivoliamo nel solco del dibattito che menziono all'inizio, quello che da Bazzi in poi è tornato a far riflettere sul valore (cash) del lavoro culturale ed editoriale... solo che io non mi sento in quel solco, perché non devo monetizzare. Sotto sotto non so manco se volerlo.
Poi apri pure la parentesi amichettismo e lì stendiamo un velo pietoso, forse è quello il vero male, altro che "il volontariato"!
Interessante argomento di discussione. Purtroppo sguazziamo in un mare in cui non solo l'editoria soffre della "pretesa della gratuità", ma praticamente ogni campo di lavoro. Penso che ad ogni professionista di qualunque settore, nel nostro paese, sia capitato almeno una volta di trovarsi a fronteggiare la pretesa di un amico, parente, amico di un parente (ecc ecc) che chiedeva un consiglio o una prestazione, senza pensare di doverlo pagare (l'ho fatto anche io, di chiedere all'amico medico un parere in un momento di emergenza, giustificando me stesso proprio con la scusa dell'emergenza)
La tua riflessione però mi porta ad un altro punto, che in passato mi ha fatto allontanare dal mondo dei social: in un gruppo dove, ad una richiesta, seguono consigli sbagliati, indicazioni basate sul nulla, interventi, insulti, proposte di consulenza… come si riconosce il parere autorevole?
Certo, una piccola scrematura si può fare escludendo maleducati ed arroganti, ma ci sono anche gli educati che, in buona fede, danno il consiglio sbagliato, riportano l'indicazione basata sul nulla, l'esperienza non applicabile a tutti. Il tutto in maniera totalmente credibile.
La mia conclusione è che i social non sono il posto corretto dove chiedere aiuto, e quando si è costretti a farlo, non aspettarsi che la risposta sia quella che speriamo. E da professionista, mi vedrei bene dal nuotare in quello stesso mare (anche se la presenza online pare oramai un requisito indispensabile per raggiungere i clienti)
Ma magari sono solo un pessimista troppo cinico, o un cinico troppo pessimista.
Apri un altro nodo enorme. La questione dell’autorevolezza, nei contesti gratuiti e "aperti" (ma non solo eh, ho sentito cose dette da """""professionisti""""" che...) è reale e irrisolta. Irrisolvibile?
Sicuro la gratuità abbassa le barriere d’accesso e abbassa anche i filtri; e questo rende ancora più difficile distinguere tra aiuto, rumore e danno in buona fede e questo è parte dello stesso problema di cui parlo nel testo (ecco, adesso oltre al 'ma faccio danno facendolo' avrò pure il patema del 'ma ne sono 100% iper super sicura E SE SBAGLIO?!' 🤣).
In realtà la questione dell'affidabilità io l'ho "risolta" armandomi di pazienza, prendendo tutto con sano scetticismo e facendomi negli anni una mappa di "posti e persone che non son scappate di casa". E non son mai incappata in sòle prima di imparare a navigare da sola, non so se per pura fortuna o che. E le cose le ho imparate dai proto social (blog e forum!) e poi tantissimo anche da chat con persone conosciute giocoforza sui social, che in provincia la cultura la vediamo solo così.
Sto sproloquiando? Possibile, quindi ecco: mi hai dato altro su cui riflettere, ma secondo me un filino (poco eh, non tanto) meno cinismo sui social si potrebbe avere (tranne Meta, Meta ormai è una palude)
Confidiamo che Substack rimanga di nicchia più a lungo possibile allora 🤣
Grazie per la citazione! Dirò una giga mega imbarazzante banalità: dipende da caso a caso. Se la realtà per cui facciamo beneficienza fatturi o meno è sicuramente un buono spartiacque, ma ci sta che non sia l'unico. Il settore culturale è povero rispetto ad altri (anche se non in modo assoluto, come qualcuno vorrebbe far credere) ma è anche particolarmente complesso per tante ragioni, quindi no, non penso che fare cose gratis sia "parte del problema" a prescindere. Dipende da quali, quante, quando, per chi sono quelle cose, e a che scopo. O almeno, questo è quello che penso io.
Ma grazie a te per lo spunto 😉 È esattamente quella zona grigia — il "dipende da quali, quante, quando, per chi e perché" — in cui anch’io mi sento, e che fatico a risolvere senza semplificare. Che poi mi accorgo che son pure seghe mentali eh, chiariamoci, ma... probabilmente resterò col dubbio un po' perché mi voglio male e che vuoi fare, goderti qualcosa?! Tsk.
E un po' perché vorrei non fosse una cosa così opaca, che ci fosse un confine "da qua in poi fai cavolate". Mi sa che ce ne si accorge sempre solo a posteriori, ah?